Michele Marcomini, il granatiere polesano dimenticato di Magenta

5 Giu , 2026 - RISORGIMENTO ED ANNESSIONE 1866

Michele Marcomini, il granatiere polesano dimenticato di Magenta

Per oltre un secolo la storia del Risorgimento italiano è stata raccontata quasi esclusivamente da una sola prospettiva.
Una narrazione lineare, scolastica, dove esistevano soltanto “patrioti” da una parte e “nemici” dall’altra.
Ma la realtà storica fu molto più complessa.

Nel Veneto e nel Polesine migliaia di uomini servirono fedelmente sotto le insegne dell’Impero Austriaco. Non perché fossero “traditori”, ma perché quella era la loro patria, il loro giuramento, il loro mondo.
Molti di loro combatterono con valore, morirono lontano da casa, vennero decorati per eroismo… e poi cancellati dalla memoria pubblica semplicemente perché stavano dalla parte sbagliata della barricata.

Tra questi vi fu anche un polesano oggi quasi sconosciuto: Michele Marcomini di Castelguglielmo, granatiere del 45° Reggimento Austriaco, decorato con la Medaglia d’Argento al Valore di II Classe per il suo coraggio durante la sanguinosa Battaglia di Magenta del 4 giugno 1859.

Una storia dimenticata che merita finalmente di essere raccontata.

Le cause della guerra del 1859

La Battaglia di Magenta si inserisce all’interno della Seconda Guerra d’Indipendenza Italiana, uno dei conflitti decisivi del processo risorgimentale.
Dopo i moti rivoluzionari del 1848 e la sconfitta piemontese contro l’Austria, il Regno di Sardegna guidato da Vittorio Emanuele II e dal conte Camillo Benso di Cavour cercò nuovi alleati per colpire militarmente Vienna e conquistare il Lombardo-Veneto.

L’occasione arrivò grazie all’alleanza con la Francia di Napoleone III.

Il Piemonte provocò diplomaticamente l’Austria fino ad ottenere un ultimatum e quindi la dichiarazione di guerra nel 1859.
L’Impero Austriaco si trovò così a combattere contro un esercito franco-piemontese numericamente superiore e modernamente organizzato.

Per il Veneto e per il Polesine, allora ancora territori imperiali, ciò significò vedere partire migliaia di giovani destinati ai campi di battaglia della Lombardia.

Molti di quei soldati parlavano veneto.
Molti erano polesani.
E combatterono sotto la divisa bianca dell’esercito asburgico.

La Battaglia di Magenta

Il 4 giugno 1859 le truppe austriache e quelle franco-piemontesi si affrontarono nei pressi di Magenta, in Lombardia.
Fu una battaglia violentissima, combattuta casa per casa, ponte per ponte, strada per strada.
Uno degli scontri più duri avvenne nell’area di Ponte Vecchio, dove reparti imperiali tentarono disperatamente di fermare l’avanzata francese.

Mappa militare ottocentesca della Battaglia di Magenta del 1859
Mappa storica della Battaglia di Magenta (immagine estratta da Wikipedia)

L’esercito austriaco oppose una resistenza feroce ma alla fine dovette ritirarsi. La sconfitta di Magenta aprì la strada alla perdita di Milano e segnò una svolta decisiva nella guerra. Poche settimane dopo seguirà anche la sanguinosa Battaglia di Solferino e San Martino.
Il conflitto si concluderà con l’armistizio di Villafranca: la Lombardia passerà al Piemonte, mentre il Veneto resterà ancora austriaco fino al 1866. Ma dietro le grandi manovre politiche e militari vi furono anche uomini semplici, spesso dimenticati dalla storia ufficiale.

Michele Marcomini: un polesano nell’esercito imperiale

Tra quei soldati vi era Michele Marcomini, nato a Castelguglielmo nel 1830.
Marcomini serviva come granatiere nel 45° Reggimento Austriaco, uno dei reparti impiegati nei combattimenti di Magenta.
Durante gli scontri del 4 giugno 1859 si distinse per il proprio coraggio nella zona di Ponte Vecchio, tanto da ricevere la Medaglia d’Argento al Valore di II Classe dell’Impero Austriaco.
Un riconoscimento importante, concesso soltanto a soldati distintisi in azioni di particolare eroismo sotto il fuoco nemico.
Eppure oggi il suo nome è praticamente sconosciuto.

Non una via.
Non una lapide.
Non una targa commemorativa.

Il motivo è semplice: Michele Marcomini combatteva dalla parte “sbagliata” secondo la narrazione nazionale costruita dopo l’Unità d’Italia.

Gli eroi dimenticati del Polesine

Nel Polesine vi furono molti uomini che servirono l’Austria con fedeltà e valore. Alcuni morirono sui campi di battaglia del Risorgimento. Altri combatterono a Magenta, Solferino, Custoza o Lissa.
Molti tornarono a casa trovando un mondo cambiato e una memoria pubblica che non aveva più spazio per loro.

Per decenni la storiografia ufficiale ha celebrato soltanto una parte dei protagonisti del Risorgimento, lasciando nell’ombra tutti coloro che avevano combattuto sotto le insegne imperiali. Ma la storia non dovrebbe essere propaganda.

Documento militare originale del granatiere polesano Michele Marcomini dell’esercito austriaco
La scheda militare originale di Michele Marcomini conservata negli archivi imperiali austriaci (immagine estratta dal sito Familysearch)

Ricordare Michele Marcomini non significa negare il Risorgimento o glorificare la guerra.
Significa restituire dignità storica ad un uomo polesano che combatté con coraggio secondo il proprio giuramento e la propria identità.
Perché non dovrebbero esistere eroi di serie A ed eroi di serie B.
Dovrebbero esistere soltanto uomini da ricordare.

Una memoria ancora divisiva

Ancora oggi parlare dei soldati veneti nell’esercito austriaco crea disagio o silenzio.
Eppure basta leggere i registri militari, le decorazioni imperiali o gli archivi dell’epoca per comprendere quanto fosse forte il legame tra molte comunità venete e l’Impero Asburgico.
Il Polesine ottocentesco non era composto soltanto da patrioti unitari.
Era una terra complessa, fatta di identità differenti, fedeltà dinastiche, interessi locali e tradizioni secolari.
Ridurre tutto ad una semplice lotta tra “buoni” e “cattivi” significa impoverire la nostra storia.
Ed è proprio per questo che figure come Michele Marcomini meritano oggi di essere riscoperte.

Conclusione

La memoria di Michele Marcomini rappresenta quella di tanti altri polesani dimenticati.
Uomini che combatterono, soffrirono e morirono senza più trovare posto nella memoria ufficiale del paese nato dopo il Risorgimento.
Forse è tempo di iniziare a raccontare anche queste storie. Con equilibrio e con rispetto. E soprattutto senza paura della verità storica.
Perché un popolo che dimentica metà della propria memoria finisce inevitabilmente per non conoscere davvero sé stesso.

Fonte:

  • Informazioni tratte da:
    Ivan Dal Fabbro — “Il Contro-Risorgimento”

Loading


, , , , , , ,

Rispondi