Il Progetto Barbarigo rappresenta il primo e originario tentativo di bonifica idraulica per risanare un vasto territorio polesano sommerso dalle acque stagnanti.
L’origine del Progetto Barbarigo e la relazione del 1554
Il 26 settembre 1554 il rettore di Rovigo Antonio Calbo presentò una dettagliata relazione al Senato veneziano. L’obiettivo principale era la bonifica della Valle di Santa Giustina. Questa operazione doveva risolvere il grave problema dell’impaludamento che affliggeva le campagne del Polesine.
Nella relazione descrive come ben sedici villaggi tra l’Adigetto e l’Adige soffrivano continui allagamenti. Tra questi centri figuravano Boara, Lusia, Concadirame, Venezze e Villanova. Circa venticinquemila campi agricoli erano resi improduttivi dalle esondazioni dei fiumi.
“…di molto utile et beneficio ancora sarebbe arzerar la valle di S. Giustina, la quale per non essere arzerata fa che la villa del Dose, Canal et Buso, Sarzan, Venezze, Mardimago, Boara, Concadirame, Grompo, Lusia, Costizollo, Cavazzana, Villanova, Barbuglio, Saguedo e Rasa, che sono 16 ville, patiscono assai essendo da campi venticinquemille, li quali si bonificheranno tutti quando si facessero gli arzeri cominciano dal capo di detta valle et andando verso l’ Abbadia.”
Spega inoltre come l’acquedotto Ceresolo raccoglieva tutte le acque di scolo ma non riusciva a smaltirle durante le piene.
“Tutte esse ville sono tra l’Adesetto e l’ Adige, in mezzo delli quali fiumi è un acquedotto nominato Ceresolo, quale riceve tutte le acque o bonifici delli terreni di esse ville e le conduce in detta valle.La quale, non essendo arzerata, nella crescenzia delle acque, inonda di sortie, che non potendo il Ceresolo supplir in tanto conto di acque, si sommergono tutti essi campi, donde mi è affermato da uomini degni di fede che arzerando come di sopra, essi campi diventeranno fertilissimi“
Il 23 febbraio 1555 il Collegio, con esclusione del nobile Foscaro (per causa di parentela), diede mandato ai Savi ed Esecutori alle Acque di valutare le proposte. Il piano fu avanzato da Giacomo Barbarigo, Marco Vendramin e dai consorziati polesani.
I sopralluoghi tecnici e le perizie sul Progetto Barbarigo
Il 21 marzo 1556 il Magistrato alle Acque incaricò i periti Cristoforo Sabbadin, Zuanin Carrera e Zuan Giacomo degli Alberti. I tecnici dovevano valutare la fattibilità dell’opera idraulica. Il piano prevedeva di condurre le acque della valle attraverso un sifone sotto l’Adigetto. L’acqua sarebbe poi confluita nel canale della Dosa fino alla Torre Nuova.
Il Magistrato, infatti, voleva garanzie che”conducendo le acque di quella per un ponte canal, de sottovia dell’ Adeseto, nel canal della Dosa…se scolarono in tutto o in parte…et scenderanno liberamente verso la Torre Nova”.
I tecnici dovevano garantire che la nuova opera non precludesse l’opera degli scoli di Pontecchio e della Frassinella.
Inoltre bisognava decidere se fosse più conveniente arginare l’Adige dalla proprietà dei Signori Loredani in giù verso l’Adigetto e, lungo quest’ultimo, fino alla Fasana, oppure lasciare correre liberamente, senza arginature, “come discendono al presente per le rotte comuni“.
Il 28 aprile 1556 il perito Zuan Carrera presentò una perizia giurata dopo un accurato sopralluogo sul campo. Egli confermò la possibilità di bonificare la Valle di Santa Giustina dalla notevole quantità d’acqua stagnante dovuta alle rotte o agli straripamenti dell’Adige e dell’ Adigetto.
D’accordo con il perito Alberti nel ritenere che si poteva “ridurre ditta valle a coltura facendo però passar tutte le predette acque per sottovia l’adesetto”, costruendo un “ponte canal. Et quelle condurre per uno canal nuovo, nel canal Dosa per un luogo chiamato Trageto“, lo scavo avrebbe dovuto dar origine ad un nuovo canale lungo 4.400 pertiche e profondo 8 piedi con una giusta pendenza o “caduta” per permettere il regolare deflusso dell’acqua.
Si doveva, sicuramente, arginare l’Adige e l’Adigetto dalla località chiamata Fasana fino alla casa “del Podestà o del Polenta”. Così facendo “non potranno scorer le acque de la ditta valle a danno del li scoladori di Pontegio (Pontecchio)” …e l’acqua dell’Adige o della valle scorrere verso Adrii (Adria), e manco nel canale della Dosa, ma sarebbero invece defluite nel canale Dosa e nel canale di Loreo nei pressi della Torre Nuova”.
L’iter burocratico per l’approvazione del progetto
Le due relazioni, con i relativi disegni, furono inviate, in plichi sigillati, alle autorità competenti. Il Magistrato alle Acque, viste le relazioni ed i disegni dei periti incaricati di vagliare il progetto di bonifica della Valle di Santa Giustina e dei luoghi limitrofi, redisse un secondo verbale e demandò il tutto al Senato con il parere tecnico favorevole all’approvazione e realizzazione del progetto per “ridurre a coltura quelle paludi, con beneficio pubblico senza danno di particolari“.
La delibera del Senato e le condizioni per realizzare il Progetto Barbarigo
Il 16 maggio 1556, sentito il parere favorevole dei Rettori di Rovigo, ingegneri e livellatori, il Senato approvò ufficialmente l’inizio dei lavori idraulici . La bonifica avrebbe garantito abbondanti raccolti di frumento, legna e bestiame per la Repubblica.
L’accordo fissò norme e convenzioni molto rigide per i realizzatori:
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La botte o sifone doveva essere costruita sotto l’Adigetto presso la Rotta Rovigatta in modo che l’acqua potesse defluire liberamente nel canale Dosa che “è largo, netto e profondo e mette corno (si curva) alla Torre Nuova et torna in Adese grando“.
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Alla data del presente decreto tutte le campagne coltivate “et videgate” da Badia Polesine in giù sarebbero state esentate da qualsiasi gravezza. Invece quei terreni che “scoleranno per il scolatore che sa da far” da Badia in giù, privi di alberi o di viti dovevano pagare “la decima in perpetuo”.
- I terreni con “piante ordinarie”, privi di viti e che andranno sott’acqua per un periodo limitato di tempo dovevano pagare mezza decima in perpetuo.
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Chi voleva estinguere o “affrancar” i livelli sopraccitati, da Rovigo in su doveva pagare “ducati 4 per campo, o due”, a seconda che si pagasse la decima intera o la metà. Il resto dei beni o proprietà da Rovigo in giù dovevano pagare la decima in perpetua “per cadauna sorta di entrada che nascerà in ditto luogo“.
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I pescatori danneggiati dalla perdita delle valli avrebbero ricevuto un risarcimento annuo, pari “all’entrata netta” ricavata dalla media “dell’entrata netta” o reddito degli ultimi 5 anni.
- I “caratadori” erano obbligati a costruire gli argini, il sifone o botte sotto l’Adigetto e il canale nuovo. Dovevano fare tutti gli altri lavori necessari alla bonifica, secondo il progetto presentato ed anche quelli che si ritenessero migliorativi in fase di esecuzione dell’opera.
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I consorziati dovevano completare le opere entro tre anni e mantenerle per dieci anni.
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La Signoria concesse un prestito di 12.000 ducati al 4% di interesse.
La figura del provveditore Barbarigo ottenne ampi poteri legali per rimuovere ogni ostacolo all’opera.
L’eredità storica del Progetto Barbarigo e delle Botti Barbarighe
Il piano si concretizzò nel 1557 con l’inaugurazione delle celebri Botti Barbarighe sotto l’alveo dell’Adigetto. L’opera pubblica testimonia la grande capacità ingegneristica e organizzativa della Repubblica di Venezia.
Tuttavia le strutture non divennero mai pienamente funzionali nel corso del tempo. I pescatori delle Valli di Adria e Cavarzere si opposero fermamente al progetto. Inoltre la posizione troppo profonda del sifone provocò il frequente e completo interramento delle condotte.
Fonte: Tre secoli di Privilegi Veneziani. 1474-1788. I casi polesani. R. Breviglieri _ A. Rossetto.
Immagine dal web: resti delle Botti Barbarighe.
