Il Polesine nel 1768: la fotografia di una provincia veneziana nella relazione di Giovanni Moro III

12 Set , 2026 - PERIODO VENEZIANO,UOMINI E PERSONAGGI

Il Polesine nel 1768: la fotografia di una provincia veneziana nella relazione di Giovanni Moro III

Ci sono documenti che, più di una lunga ricostruzione moderna, permettono di entrare direttamente nella vita quotidiana del Polesine di qualche secolo fa. È il caso della relazione presentata al Senato veneziano il 13 settembre 1768 da Giovanni Moro III, al termine di circa trenta mesi di reggenza a Rovigo.

Non siamo davanti a una cronaca celebrativa. Moro deve spiegare alla Serenissima che cosa ha trovato, quali problemi ha affrontato, dove ha speso denaro pubblico e quali interventi ritiene ancora necessari. Proprio per questo la sua relazione è preziosa: il Polesine nel 1768 emerge attraverso problemi concretissimi — argini, piene dell’Adige, bonifiche, commercio dei grani, navigazione interna, imposte, Monti di Pietà, confini con lo Stato Pontificio — ma anche attraverso una precisa idea di amministrazione del territorio.

Il Polesine nel 1768, una terra racchiusa tra Adige e Po

Giovanni Moro III apre la descrizione con poche parole che valgono quasi come una carta geografica:

«Di poca estensione quella Provincia […] sta situata a guisa di penisola fra li due reggi fiumi Adice e Po».

Nella provincia erano comprese anche Lendinara e Badia con i rispettivi distretti e, secondo l’anagrafe fatta redigere dallo stesso rettore nell’anno precedente, vivevano complessivamente circa 65.000 anime. È interessante la maniera con cui il rappresentante veneziano guarda al territorio. Adige e Po non sono soltanto una minaccia. Dovrebbero essere anche due straordinarie vie di comunicazione capaci di favorire navigazione, traffici e commercio. Eppure il Polesine non riesce ancora a sfruttare pienamente questa posizione. Le attività manifatturiere sono scarse e la vera ricchezza resta la terra. Sono soprattutto le biade, cioè i cereali, a costituire il prodotto fondamentale della provincia e uno dei principali oggetti di commercio. Persino durante le due annate precedenti, ricordate da Moro come particolarmente difficili, il Polesine aveva prodotto abbastanza grano da garantire la propria sussistenza. Le autorizzazioni del Magistrato alle Biade avevano inoltre consentito frequenti esportazioni verso Venezia e verso altre province in difficoltà. Dietro queste righe appare un Polesine profondamente agricolo, ma tutt’altro che isolato: inserito nei circuiti economici della Repubblica e capace, nelle annate favorevoli, di contribuire al rifornimento della stessa Dominante.

Acque stagnanti, scoli e campagne da recuperare

Il vero grande problema descritto nella relazione è quello che accompagna la storia polesana da secoli: l’acqua. Moro denuncia vaste superfici rese quasi improduttive dalle acque stagnanti. Cita espressamente gli scoli di Santa Giustina, Frassanella, Pincara e della Fuezza. Il problema non era soltanto agricolo. Il cattivo funzionamento delle opere idrauliche finiva per compromettere anche la navigazione. Il rettore richiama, per esempio, la situazione del canale Castagnaro, il cui alveo risultava eccessivamente rialzato a causa dell’interramento, e quella della fossa Polesella, ormai incapace di ricevere adeguatamente le acque degli scoli. Le conseguenze erano pesanti. Quando la navigazione interna diventava difficoltosa, le imbarcazioni erano costrette a passare attraverso il Po e quindi a transitare nelle acque soggette allo Stato Pontificio, pagando i relativi dazi. Ecco perché bonifica, agricoltura, commercio e navigazione erano in realtà parti dello stesso problema. Moro proponeva di sostituire il sistema allora utilizzato sul Castagnaro con una bova a sostegno, insieme a interventi sugli scoli principali. Non semplicemente per prosciugare qualche campagna, dunque, ma per riportare efficienza all’intero sistema economico polesano.

L’Adige e quella sorprendente osservazione sui boschi

Uno dei passaggi più interessanti dell’intera relazione riguarda l’Adige. Giovanni Moro III afferma che negli ultimi tempi il fiume mostrava piene sempre più rapide e violente. La spiegazione che riporta merita attenzione ancora oggi. Secondo le osservazioni dell’epoca, la causa poteva essere ricercata nello sgombramento dei boschi nelle regioni montane superiori. Venendo meno la vegetazione, l’acqua trovava minori ostacoli e scendeva più velocemente verso la pianura, facendo assumere all’Adige un comportamento quasi torrentizio. È una riflessione straordinariamente interessante perché mostra come, già nel Settecento, chi governava il territorio cercasse di collegare quanto avveniva a monte con ciò che poi si manifestava drammaticamente nella pianura polesana. Durante la reggenza di Moro si verificarono infatti diverse piene importanti. Una di esse, nell’autunno precedente, aveva creato una situazione particolarmente grave. L’acqua dell’Adige era salita improvvisamente e in poche ore aveva raggiunto ventiquattro once sopra il segno delle Borozze, arrivando in alcuni punti quasi a superare gli argini.

Il Polesine nel 1768 e la difesa degli argini

La relazione permette anche di capire come Venezia affrontasse materialmente le emergenze idrauliche. Moro racconta di aver predisposto rapidamente le difese necessarie e osserva quanto fossero importanti i rinforzi di terra realizzati durante i normali lavori annuali. In caso di piena, infatti, l’argine doveva essere rafforzato immediatamente. Per questa ragione venne deciso di predisporre depositi di terra nelle golene, pronti a essere utilizzati durante le emergenze per innalzare gli argini o costruire le cosiddette coronelle, difese provvisorie realizzate nei punti maggiormente minacciati. È un particolare apparentemente tecnico, ma racconta bene la realtà del Polesine settecentesco. Vivere tra Adige e Po significava non poter mai considerare conclusa la manutenzione del territorio. Gli argini richiedevano sorveglianza continua, lavori annuali e disponibilità immediata di uomini e materiali. La sicurezza idraulica era già allora una delle principali responsabilità dell’amministrazione pubblica.

Monti di Pietà, controlli e un grave ammanco a Rovigo

Ma la relazione di Giovanni Moro III non parla soltanto di fiumi. Il rettore racconta anche l’attività di controllo esercitata sulle amministrazioni ecclesiastiche, sulle cosiddette mani morte, sulle Scuole laiche e sui Monti di Pietà di Rovigo, Lendinara e Badia. Ed è proprio a Rovigo che emerge una vicenda tutt’altro che secondaria. Al momento del suo ingresso nella carica, Moro trovò il Monte di Pietà in una situazione estremamente grave, con un ammanco superiore alle 121.000 lire, provocato dall’infedeltà del massaro responsabile dell’amministrazione, che si era sottratto alla giustizia fuggendo. Il rettore afferma tuttavia di essere riuscito ad assicurare il risarcimento del Monte e a riorganizzarne la gestione secondo le disposizioni del Magistrato degli Scansadori. È un episodio che ci restituisce una Serenissima molto meno astratta di quella che spesso viene raccontata: controlli contabili, verifiche, responsabilità personali e interventi per recuperare denaro sottratto agli enti pubblici o assistenziali.

Un territorio che cambiava e un catasto ormai vecchio

C’è poi un altro problema che conosciamo molto bene anche attraverso la storia successiva del Polesine: la terra cambiava continuamente. Moro ricorda che, rispetto all’estimo del 1708, numerosi terreni avevano modificato condizione e in alcuni casi persino forma. Non deve sorprendere. In un territorio attraversato da fiumi, scoli, bonifiche e continue trasformazioni idrauliche, un sistema fiscale fondato su rilevazioni vecchie di sessant’anni rischiava inevitabilmente di diventare ingiusto. Già dal 1754 Venezia aveva pertanto ordinato il rinnovo dell’estimo. Giovanni Moro III insiste sulla necessità di completare il lavoro perché da una corretta conoscenza delle proprietà dipendeva una distribuzione più equilibrata delle imposizioni pubbliche. In poche righe ritroviamo un problema modernissimo: per amministrare correttamente un territorio bisogna prima conoscerlo.

Dazi, macina e casse pubbliche

Una parte considerevole della relazione riguarda infatti la fiscalità. Moro affronta la questione delle gravezze, del dazio della macina, delle imposte sui consumi e delle entrate della Camera fiscale. Anche qui non mancano abusi, privilegi, esenzioni e difficoltà nella riscossione. Il rettore insiste soprattutto sulla necessità di avere conti chiari: sapere quali somme siano realmente dovute, distinguere i debiti veri da quelli contestati e impedire che disordine amministrativo e privilegi scarichino il peso delle imposte sulle comunità. Non è certo il linguaggio romantico con cui siamo abituati a immaginare Venezia. È quello, molto più concreto, di uno Stato che deve far quadrare i conti di una provincia.

Il confine con lo Stato Pontificio

Negli ultimi fogli emerge un altro aspetto fondamentale della posizione geografica polesana: il rapporto con il vicino Ferrarese pontificio. Dal territorio pontificio arrivavano numerosi bovini destinati ai mercati, alle fiere e ai macelli del Polesine. Moro propone persino di valutare una moderata imposizione sull’introduzione di questi animali, purché non fosse tale da danneggiarne il commercio. Ma il confine non era soltanto una linea economica. Esistevano proprietà, interessi e perfino legami familiari che attraversavano i due Stati. Questa situazione poteva favorire abusi e sconfinamenti. Il rettore propone quindi una verifica precisa della linea confinaria, citando espressamente la zona dal Poazzo verso Canaro e dalla Selva verso Govello, affinché eventuali alterazioni potessero essere individuate e corrette. Ancora una volta il documento ci mostra quanto fossero vivi i rapporti tra le due sponde, ben oltre le semplici divisioni politiche.

Una fotografia straordinaria del Polesine veneziano

La relazione si chiude ricordando anche la vita religiosa della provincia e l’opera del vescovo di Adria monsignor Arnaldo Speroni, elogiato per la vigilanza esercitata nella diocesi. Poi Giovanni Moro III lascia spazio al suo successore, Paolo Antonio Crotta, affidandogli idealmente una provincia complessa ma vitale. Leggere oggi queste pagine significa osservare il Polesine nel 1768 senza il filtro delle ricostruzioni successive. Era una terra agricola di circa 65.000 abitanti, sospesa fra due grandi fiumi, continuamente impegnata nella manutenzione degli argini e degli scoli. Una terra che produceva cereali per sé e per altri territori della Repubblica, commerciava con il Ferrarese, tentava di migliorare le proprie vie d’acqua e doveva combattere quotidianamente contro interramenti, acque stagnanti, frodi e squilibri fiscali. Ma soprattutto era un territorio che Venezia conosceva, controllava e amministrava attraverso una rete di magistrature, rettori, tecnici, comunità e istituzioni locali. Non era un’amministrazione perfetta — lo stesso Moro non nasconde problemi, frodi o lavori rimasti incompiuti — ma proprio questa sincerità rende il documento ancora più importante. A oltre due secoli e mezzo di distanza, quelle pagine ci ricordano una cosa semplice: governare il Polesine significava anzitutto imparare a convivere con l’acqua.

Fonte:

  • Relazioni dei Rettori Veneti in Terraferma – Podestaria e Capitanato di Rovigo, vol. VI, Giuffrè Editore, 1976, pp. 345-351. Relazione di Giovanni Moro III, 13 settembre 1768.

, , , , , , , , ,

Rispondi