La Privativa come precursore del brevetto moderno rappresenta una pagina fondamentale della storia giuridica ed economica della Repubblica di Venezia. Il Senato veneto (Pregadi) concedeva particolari diritti esclusivi attraverso atti con il valore sostanziale di vere e proprie leggi.
Questi privilegi non premiavano la semplice teoria, ma richiedevano sempre l’attuazione concreta dell’oggetto per evitare richieste puramente emulative. Si volevano eliminare inutili ostacoli alla reale iniziativa economica e stimolare la creazione o l’importazione di nuove tecnologie.
Le lettere patenti riconoscevano il richiedente come primo e vero inventore, considerando valida la specificazione fino a prova contraria.
La Privativa come precursore del brevetto: il caso di Zuan Marco Canoci
All’inizio del XVI secolo si registra un caso emblematico che riguarda direttamente il territorio polesano. Nel luglio 1508 Zuan Marco Canoci, originario di Lendinara ma residente a Padova, presentò una supplica al Doge Leonardo Loredan.
L’inventore voleva ottenere la tutela per due innovativi “edifici” ideati per scavare e pulire i canali di Venezia. Asseriva, infatti che “i modi che se usava nel cavar” erano “tanto lenti e tardi” nonchè incapaci di mantenere puliti e navigabili i rii della città.
Come la Privativa tutelava le macchine cavafango
Le due macchine cavafango proposte da Canoci erano del tutto indipendenti in quanto “uno dè quali serve a grandissimo fondo, l’altro a menor” ovvero adatte a diverse profondità del fondale.
Semplici da usare, garantivano un lavoro più veloce e costi decisamente inferiori rispetto ai macchinari esistenti.
Il Savio sopra le Acque, Hieronimo Duodo, esaminò con favore il modello in legno presentato dall’inventore e dichiarò: “modello el qual, crede, riuscirà bene“.
Il 7 luglio 1508 il Senato approvò la concessione per una durata di venticinque anni.
La delibera stabiliva inoltre due anni di tempo al fine di “costruere hedificium et illud operandi“, ovvero per completare la sperimentazione pratica della nuova macchina
L’iter burocratico della Privativa come precursore del brevetto veneziano
La concessione del privilegio all’epoca della Serenissima seguiva un percorso amministrativo rigoroso suddiviso in cinque fasi principali.
1. La richiesta di patenti
Le domande inviate erano comunemente chiamate suppliche o ricordi.
Il richiedente affermava di essere l’inventore dopo aver sostenuto fatiche e ingenti spese personali.
Tuttavia, si poteva anche richiedere il privilegio per introdurre procedimenti esteri o per conto di altri partner commerciali.
2. L’indirizzo delle suppliche e l’organo deliberante
Le domande venivano indirizzate al Serenissimo Principe, alla Signoria oppure al Senato.
Il vero organo con potere deliberante rimase sempre il Senato, salvo rarissimi interventi del Consiglio dei Dieci.
3. L’esame di idoneità, utilità e novità
Le magistrature competenti svolgevano un’indagine preventiva fondamentale per verificare l’invenzione.
L’accertamento serviva a confermare i requisiti fondamentali di idoneità, novità e utilità pubblica.
4. La concessione del privilegio
Rilasciata dal Senato come “privilegio” o “gratia”, la concessione confermava solitamente i punti richiesti nella supplica iniziale.
5. Trasferibilità, durata, estensione e tutela
La cedibilità del titolo ad aventi causa era spesso dichiarata esplicitamente nelle patenti.
La durata variava solitamente da cinque a trent’anni, ma esistevano anche concessioni perpetue.
Infine, l’estensione territoriale poteva riguardare una singola città oppure l’intero Stato Veneto.
Fonte storica e bibliografica
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Tre secoli di privilegi veneziani (1474-1788). I casi Polesani, R. Breviglieri e A. Rossetto.
- Immagine creata con l’IA puramente a scopo illustrativo.
