Nel Polesine la Festa della Sensa non era soltanto una ricorrenza del calendario religioso. Era un momento in cui la comunità si fermava per guardare ciò da cui dipendeva davvero la propria vita: la terra, il raccolto, il cielo e soprattutto i fiumi.
In una provincia costruita sull’equilibrio delicato tra Po, Adige, canali, scoli e campagne, la festa dell’Ascensione assumeva un significato particolare. La fede cristiana entrava nel paesaggio rurale e fluviale, ma lo faceva raccogliendo anche gesti più antichi, legati alla fertilità, alla protezione dei campi e alla necessità di convivere con acque tanto utili quanto temute.
La Festa della Sensa in Polesine e le rogazioni
Nei tre giorni che precedevano l’Ascensione si svolgevano le rogazioni, riti propiziatori molto sentiti nelle campagne. Non erano cerimonie marginali, ma liturgie vissute con partecipazione, perché parlavano direttamente alla vita concreta delle famiglie contadine.
Le processioni si muovevano tra oratori, capitelli, strade di campagna e incroci, le cosiddette “crosare”. Erano luoghi semplici, ma fondamentali nella geografia popolare: punti di passaggio, di confine tra poderi, di incontro tra comunità vicine.
Lì si pregava, si invocava protezione e si benediceva il territorio. In quei gesti si riconosce una religiosità molto concreta, non separata dalla vita quotidiana. Il campo non era soltanto uno spazio di lavoro: era il luogo da cui dipendevano il pane, la sopravvivenza e la continuità della famiglia.
Le croci di salice nei campi
Uno degli usi più significativi era la preparazione di piccole croci di salice, che venivano benedette e poi infisse nel terreno. Il salice, pianta familiare al paesaggio polesano, cresciuta lungo fossi, argini e rive, diventava così materia sacra e segno di protezione.
Quelle croci venivano poste nei campi per auspicare fertilità e per tenere lontani i pericoli più temuti: la grandine, la folgore, le intemperie improvvise capaci di distruggere in pochi minuti il lavoro di mesi.
Qui si vede bene l’intreccio tra Cristianesimo e antiche sensibilità agrarie. La croce appartiene pienamente alla fede cristiana, ma il gesto di piantarla nella terra conserva un carattere profondamente propiziatorio. Non era superstizione nel senso banale del termine; era il modo con cui una comunità rurale affidava il proprio raccolto alla protezione divina, riconoscendo insieme la fragilità del proprio lavoro.
La benedizione delle acque del Po e dell’Adige
Nei paesi rivieraschi del Po e dell’Adige, la Festa della Sensa in Polesine assumeva un tratto ancora più legato all’identità del territorio. Accanto alla benedizione dei campi, vi era infatti la benedizione delle acque.
Il riferimento più noto era Venezia. Nel giorno dell’Ascensione, la Serenissima celebrava lo sposalizio del mare: dal Bucintoro il Doge gettava un anello d’oro tra le onde, rinnovando simbolicamente il legame tra Venezia e l’Adriatico.
Nel Polesine quel modello veniva adattato alla realtà locale. Non era il mare a dominare la scena, ma il fiume. Per le comunità polesane, il Po e l’Adige erano vie di comunicazione, fonti di lavoro, risorsa agricola e commerciale. Allo stesso tempo erano anche pericolo costante, perché una piena, una rotta o un cedimento d’argine potevano cambiare il destino di interi paesi.
Il sacerdote, secondo l’uso ricordato dalla fonte, si portava sulla riva oppure usciva in barca verso il centro del fiume. Da lì tracciava il segno della croce, benediceva l’acqua e vi gettava un anello oppure una piccola pallina di cera, sostanza liturgica legata alla presenza del Santissimo Sacramento.
Una pax tra l’uomo e il fiume
Quel gesto aveva un valore forte. L’anello o la cera lanciati nell’acqua non erano semplici oggetti simbolici: rappresentavano il suggello di una pax tra l’uomo e il fiume.
Nel Polesine questa idea è particolarmente significativa. La storia locale è fatta di argini, bonifiche, tagli, alluvioni, terre sottratte all’acqua e campagne rese fertili proprio grazie a un controllo continuo e faticoso del sistema idraulico.
Il fiume non era un elemento distante. Era una presenza quotidiana. Si viveva accanto all’acqua, si lavorava grazie all’acqua, ma si temeva anche la sua forza. Benedire il fiume significava dunque riconoscere questa dipendenza. Non era dominio assoluto dell’uomo sulla natura, ma richiesta di equilibrio, misura e protezione.
In questo senso la Sensa polesana appare come una festa profondamente territoriale. Venezia sposava il mare; il Polesine cercava pace con i propri fiumi.
Una tradizione polesana da riscoprire
La Festa della Sensa in Polesine racconta una civiltà agricola e fluviale in cui fede, lavoro e ambiente erano strettamente uniti. Le rogazioni nei campi, le croci di salice, la benedizione delle acque e il gesto dell’anello gettato nel fiume appartengono allo stesso mondo: quello di comunità che conoscevano bene la potenza della natura e cercavano di viverci in armonia.
Oggi questi riti possono sembrare lontani, ma aiutano a comprendere meglio il Polesine. Non solo come terra geografica tra due grandi fiumi, ma come territorio plasmato da una lunga convivenza con l’acqua, con il lavoro agricolo e con una religiosità popolare capace di dare forma ai timori e alle speranze della gente.
Ricordare la Sensa polesana significa quindi recuperare un frammento importante della nostra memoria. In quelle croci di salice piantate nei campi e in quell’anello affidato alla corrente si riconosce il volto di un Polesine antico, concreto, devoto e consapevole: una terra che per vivere doveva ogni giorno cercare pace con i suoi fiumi.
Fonte:
- “Rovigo e il Polesine tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica”
![]()
