La gestione dei fondi nel basso Polesine nel 1300

25 Mag , 2026 - TERRITORIO E BONIFICHE

La gestione dei fondi nel basso Polesine nel 1300

Nel corso del Trecento il basso Polesine rappresentava un territorio delicato e strategico, sospeso tra l’influenza veneziana e gli interessi della signoria ferrarese. Le vaste aree agricole comprese tra il Po, Loreo, Gavello e le terre limitrofe costituivano una ricchezza enorme, capace di attirare investitori provenienti soprattutto dalla Repubblica di Venezia.
Molti sudditi veneti, infatti, avevano iniziato ad acquistare vaste proprietà nel distretto ferrarese, investendo ingenti capitali in terreni agricoli, vigne, allevamenti e possessioni rurali. Un fenomeno che, col passare degli anni, iniziò a preoccupare seriamente Ferrara.
Non si trattava solamente di una questione economica. La presenza crescente di proprietari veneziani dentro i confini ferraresi rischiava di alterare anche gli equilibri politici e territoriali. Venezia, già fortissima dal punto di vista commerciale, esercitava infatti una pressione costante sulle economie vicine, e Ferrara temeva che il controllo delle campagne potesse lentamente sfuggire di mano.

Le restrizioni ferraresi contro i forestieri

Per difendere l’integrità dello Stato e limitare l’espansione economica veneziana, gli statuti ferraresi vietavano la vendita di beni immobili a forestieri, in particolare ai veneziani, senza una precisa autorizzazione comunale. Chi trasgrediva rischiava la confisca delle proprietà.
Tuttavia la realtà era molto più complessa delle norme scritte.
Le compravendite avvenivano spesso attraverso prestanome, passaggi fittizi, eredità pilotate o accordi occulti che permettevano ai capitali veneziani di infiltrarsi comunque nel territorio. Era un sistema difficile da controllare, soprattutto in un’area periferica e frammentata come il basso Polesine, attraversata da fiumi, canali e continui rapporti commerciali.
Quando le autorità riuscivano a individuare qualche operazione illegale, venivano incaricati magistrati e funzionari per tentare il recupero dei beni alienati. Operazioni lunghe, costose e spesso destinate al fallimento.

Il caso delle proprietà di Villa della Guarda e Alberone

Uno degli episodi più significativi risale al maggio del 1328.
In quell’anno Nicolò de’ Capparelli ricevette l’incarico di recuperare alcune possessioni situate a Villa della Guarda e ad Alberone, vendute illegalmente a Marco Michele, definito nei documenti come “veneziano”.
Le terre erano state cedute da Bonaventura Bachino di Loreo e da Pietro Alberici di Gavello, ma provenivano originariamente dagli eredi della famiglia Caccianemici di Bologna e da Beatrice, figlia del fu Ugolino detto Rampasino de Ioculis, tutti residenti a Ferrara.
Secondo gli statuti cittadini quelle proprietà non avrebbero potuto essere vendute a un acquirente non ferrarese. Il caso dimostra quanto fosse già forte, nel primo Trecento, la presenza economica veneziana nel territorio polesano e ferrarese.

Il raro testamento in dialetto veneto loredano

Tra i documenti più straordinari di quell’epoca emerge il celebre testamento Perazzolo, considerato uno dei rarissimi esempi superstiti di antico dialetto veneto loredano.
Il documento, datato 27 giugno 1348, apparteneva a Perazzolo, figlio di Zane delle Fornase di Loreo, e rappresenta una testimonianza preziosissima non soltanto dal punto di vista linguistico, ma anche sociale ed economico.
Dopo l’introduzione in latino, il testamento prosegue in volgare veneto:
“È così per ordine, per volgar ho scritto, con questo modo e condizion fasso e ordino…”

Le disposizioni testamentarie di Perazzolo

Seguono poi le disposizioni relative alla sepoltura e ai lasciti religiosi:
“In primamente lasso lo corpo mio, che sia sepelido a Santa Maria de Loredo…”
Il testatore destinava somme di denaro alla chiesa di San Marco di Loreo e ad altre opere pie locali, dimostrando il forte legame tra comunità, religione e gestione patrimoniale.
In assenza di eredi legittimi, tutte le sostanze — bestiame, case, vigne del Mazzorno e possessioni nel Ferrarese — avrebbero dovuto essere vendute a beneficio del Comune di Loreo e della chiesa di San Leonardo.
Proprio grazie alla trascrizione nei registri comunali il documento riuscì a salvarsi dalla distruzione ed è oggi conservato nell’archivio comunale di Loreo, nel Catasticum, fogli 17-20.

Un basso Polesine sospeso tra due mondi

La gestione dei fondi nel basso Polesine nel 1300 mostra chiaramente come queste terre fossero già allora uno spazio di confine conteso economicamente e politicamente.
Da una parte vi era Ferrara, intenzionata a proteggere il proprio territorio e a limitare l’espansione dei capitali forestieri; dall’altra Venezia, capace di estendere la propria influenza non soltanto attraverso il commercio e la navigazione, ma anche mediante l’acquisto sistematico delle campagne.
Dietro semplici atti notarili o testamenti si nasconde dunque una lotta silenziosa per il controllo del territorio, delle risorse agricole e degli equilibri politici del Delta padano.
Ed è proprio grazie a documenti sopravvissuti per secoli, come il testamento Perazzolo o gli atti comunali ferraresi, che oggi possiamo ancora leggere le tracce di quel mondo medievale sospeso tra acqua, commercio e potere.

Fonte:

Il dominio Veneto nel basso Polesine. Piergiorgio Bassan

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