Plebiscito 1866: cosa raccontano le carte del Polesine

21 Ott , 2026 - RISORGIMENTO ED ANNESSIONE 1866

Plebiscito 1866: cosa raccontano le carte del Polesine

Nel 160° anniversario dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia, le testimonianze raccolte da Ettore Beggiato e alcuni documenti rintracciati negli archivi di Adria e Fasana invitano a guardare oltre i risultati ufficiali.

Sono trascorsi 160 anni dal plebiscito del 21 e 22 ottobre 1866, quando i Veneti furono chiamati a esprimersi sull’annessione al Regno d’Italia. Una consultazione che per generazioni è stata raccontata come una grande manifestazione di entusiasmo popolare, accompagnata da un risultato pressoché unanime. Ma davvero quelle giornate si svolsero in un clima di assoluta libertà, senza pressioni e senza condizionamenti? È una domanda che merita ancora oggi di essere posta, soprattutto quando si cominciano a leggere le testimonianze e i documenti dell’epoca.

Copertina del libro 1866: la grande truffa di Ettore Beggiato.
Il volume di Ettore Beggiato, pubblicato per la prima volta nel 1999, dedicato al plebiscito di annessione del Veneto. (foto web)

Per fortuna c’è stato chi, molti anni fa, ha avuto la determinazione di approfondire questa pagina della nostra storia. Mi riferisco a Ettore Beggiato, che nel 1999 pubblicò 1866: la grande truffa, un libro che, a quasi trent’anni dalla sua prima uscita, continua a suscitare interesse nei nostri territori. A Beggiato va riconosciuto il merito di aver riportato all’attenzione del pubblico aspetti controversi del plebiscito, attraverso documenti e testimonianze che difficilmente trovano spazio nelle ricostruzioni più celebrative. Seguendo quella strada, anch’io ho cercato, nel mio piccolo, di approfondire quanto accadde nel Polesine, consultando alcune carte conservate nell’Archivio Storico di Adria. Ed è proprio dal confronto fra quelle testimonianze generali e i documenti locali che nasce questo articolo.

Il Veneto era già stato consegnato

Per comprendere gli avvenimenti dell’ottobre 1866 bisogna ricordare che il Regno d’Italia aveva subito due pesanti sconfitte militari, a Custoza e a Lissa. La sorte del Veneto venne stabilita attraverso accordi diplomatici internazionali, con la mediazione della Francia. Il trattato di pace del 3 ottobre prevedeva una consultazione delle popolazioni interessate, ma il 19 ottobre 1866, due giorni prima dell’apertura delle urne, a Venezia veniva già annunciata la cessione del territorio al Regno d’Italia. Un dispaccio del generale Thaon di Revel comunicava infatti che la cessione era compiuta e che la bandiera italiana sventolava in piazza San Marco. È uno dei documenti sui quali Beggiato ha richiamato l’attenzione, anche attraverso materiale conservato nell’Archivio Comunale di Pordenone.

Dispaccio del generale Revel del 19 ottobre 1866 sulla cessione del Veneto.
Venezia, 19 ottobre 1866. Il dispaccio annuncia la cessione del territorio al Regno d’Italia prima della consultazione popolare. (foto Ettore Beggiato)

Naturalmente bisogna distinguere la consegna formale del territorio dalla successiva consultazione popolare. Tuttavia, resta una questione difficile da ignorare: quale possibilità concreta avevano i Veneti di modificare una decisione politica già concordata dalle potenze europee? Anche la propaganda dell’epoca aiuta a comprendere il clima nel quale si arrivò al voto. Il 17 ottobre la Gazzetta di Verona presentava il Sì come un’affermazione di italianità e il No come una volontà di rimanere veneti, contraddicendo quella che il giornale definiva la volontà dell’Italia. Non era certamente un modo imparziale di presentare due alternative. Beggiato ricorda inoltre il caso di Malo, nel Vicentino, dove sarebbero state utilizzate schede del Sì e del No di colore differente, rendendo potenzialmente riconoscibile la scelta dell’elettore.

Le preoccupazioni del commissario Allievi

Anche nel Polesine emergono testimonianze interessanti. Il 5 ottobre 1866, da Rovigo, il regio commissario Antonio Allievi inviò un telegramma al presidente del Consiglio Bettino Ricasoli. Il commissario giudicava poco conveniente organizzare la votazione nei singoli comuni e nelle frazioni, perché temeva che nei piccoli centri potessero agire quelle che definiva «influenze retrive locali occulte». Riteneva invece preferibile concentrare gli elettori, così da conferire alla consultazione maggiore solennità. Il documento è riportato nel volume Gli archivi dei regi commissari nelle province del Veneto e di Mantova nel 1866 e rivela quanto l’organizzazione territoriale del voto fosse considerata anche una questione politica.

Leggendo quelle parole viene spontaneo chiedersi chi fossero le influenze tanto temute. Vecchi funzionari dell’amministrazione austriaca? Sacerdoti? Possidenti? Oppure semplici cittadini che non guardavano con entusiasmo al nuovo governo? Il telegramma non permette di identificarli, ma testimonia una preoccupazione precisa del commissario. Ed è interessante confrontare questa posizione con quanto avvenne concretamente in alcuni centri polesani, dove vennero comunque istituite commissioni elettorali locali.

Telegramma del 5 ottobre 1866 di Antonio Allievi a Bettino Ricasoli.
Rovigo, 5 ottobre 1866. Allievi esprime timori sulle influenze politiche locali nei piccoli comuni. (foto autore)

Il vescovo Benzon e il plebiscito

Un’altra vicenda significativa riguarda Camillo Benzon, ultimo vescovo di Adria di nomina imperiale. Il 27 settembre 1866 aveva indirizzato al clero una lettera pastorale nella quale invitava i sacerdoti a rimanere fedeli alla propria missione religiosa, evitando ingerenze inopportune. Poche settimane dopo, secondo quanto riportato nel volume 1866 Adria e il Polesine nel 150° anniversario del Veneto italiano, lo stesso Benzon ricevette un pressante invito dal commissario Allievi affinché partecipasse, insieme al clero, al corteo organizzato per il plebiscito. Il vescovo finì così per prendere parte alla manifestazione delle autorità, nonostante le precedenti riserve verso il nuovo ordine politico.

La presenza del presule aveva un significato simbolico evidente: mostrava pubblicamente anche la massima autorità religiosa della diocesi coinvolta nelle celebrazioni dell’annessione. Benzon morì il 10 dicembre 1866, poche settimane dopo il plebiscito. Le fonti descrivono quel periodo come particolarmente difficile per il vescovo, anche se non è possibile stabilire un rapporto diretto fra gli avvenimenti politici e la sua morte. Rimane comunque una vicenda importante per comprendere il ruolo che le autorità civili attribuivano al coinvolgimento del clero.

I risultati raccontati da Andreini

Lapide commemorativa del plebiscito veneto del 1866 con i risultati ufficiali.
La lapide commemorativa del plebiscito del 1866, con i risultati ufficiali della consultazione. (foto estratta dal web)

Non furono soltanto gli studiosi vicini all’autonomismo veneto a descrivere criticamente quelle giornate. Nel volume I mitici albori del Polesine Sabaudo, E. Andreini racconta un plebiscito accompagnato da cortei organizzati, autorità civili, possidenti e rappresentanti della forza pubblica. Una testimonianza interessante anche perché proveniente da un ambiente culturale e politico diverso da quello indipendentista. Andreini riporta risultati che ancora oggi colpiscono per la loro quasi assoluta unanimità: nel distretto di Rovigo 8.127 Sì e due No, ad Adria 5.134 Sì e un No, oppure cinque secondo altre fonti, mentre a Badia 3.427 Sì e un No.

Sono numeri impressionanti, soprattutto se confrontati con il clima politico e con le modalità attraverso le quali venne organizzata la consultazione. La discordanza sul numero dei voti contrari nel distretto di Adria è un particolare che meriterebbe ulteriori verifiche. Anche differenze apparentemente modeste diventano interessanti quando si cerca di ricostruire una vicenda attraverso fonti non sempre concordanti.

Fasana, una lettera del 19 ottobre

Veniamo ora a una vicenda che riguarda direttamente le mie ricerche. Fra i documenti che ho rintracciato nell’Archivio Storico di Adria ce n’è uno datato 19 ottobre 1866, proveniente dal carteggio amministrativo dell’allora Comune di Fasana, piccolo centro polesano di circa 1.300 abitanti, oggi frazione di Adria. Si tratta di una lettera indirizzata dalla Deputazione Comunale al parroco del paese. Il documento comunica che il plebiscito si sarebbe svolto nei giorni 21 e 22 ottobre e che sarebbero state istituite due commissioni elettorali, una a Fasana e una a Bovina, entrambe nei locali scolastici. Le commissioni avrebbero raccolto le schede nelle rispettive urne, registrando i nomi dei votanti.

Ricostruzione artistica di un parroco che annuncia il plebiscito del 1866 ai fedeli.
Fasana, ottobre 1866. Ricostruzione digitale dell’annuncio del plebiscito ai fedeli, ispirata alla lettera della Deputazione Comunale.

Fin qui nulla di particolarmente sorprendente. Ma proseguendo nella lettura si scopre che al parroco veniva chiesto di annunciare il plebiscito dall’altare e di accompagnare la comunicazione con parole di caloroso incoraggiamento, affinché la manifestazione risultasse spontanea, solenne e decorosa, degna dell’Italia intera. Era previsto anche il canto del Te Deum. Mi ha sempre colpito proprio quel richiamo alla spontaneità. Se una manifestazione doveva essere spontanea, perché l’autorità comunale sentiva il bisogno di suggerire al sacerdote anche il tono con cui rivolgersi ai fedeli? Non sappiamo quali parole il parroco abbia effettivamente pronunciato, ma la lettera dimostra che l’amministrazione cercò di coinvolgerlo attivamente nella mobilitazione per il plebiscito. E stiamo parlando di un piccolo comune rurale del Polesine.

Adria e i verbali della Chiesa Vecchia

Sempre nell’Archivio Comunale Antico di Adria ho avuto modo di consultare due verbali relativi alla sezione elettorale di Castello – Chiesa Vecchia. Il primo è datato 21 ottobre 1866. Alle nove del mattino si costituì il seggio, del quale facevano parte Fortunato Vianello, Giovanni Salvagnin, il dottor Francesco Antonio Bocchi, Francesco Fidora e Luigi Raule. Il documento racconta che gli elettori consegnavano le schede chiuse al presidente, il quale provvedeva a introdurle nell’urna. Nel frattempo, uno dei deputati annotava i nomi dei votanti. Alle cinque del pomeriggio l’urna venne sigillata con ceralacca e trasferita al Palazzo Municipale.

Vignetta satirica con due urne contrassegnate Sì e No e un militare armato.
Rappresentazione satirica di una votazione con urne separate per il Sì e per il No. (foto estratta dal web)

C’è però un particolare sul quale vorrei richiamare l’attenzione: il verbale parla sempre di una sola urna. La circostanza si ripete nel secondo documento, datato 22 ottobre. Quella mattina alcuni componenti del seggio recuperarono l’urna custodita durante la notte al Palazzo Municipale. Il cursore Modesto Ferrante la trasportò alla Chiesa Vecchia, dove venne verificata l’integrità dei sigilli. L’urna fu quindi riaperta e le operazioni ripresero. Anche questo secondo verbale utilizza ripetutamente il singolare: l’urna viene consegnata, disuggellata, utilizzata e infine nuovamente sigillata. Al termine della giornata fu trasferita nella residenza del Pretore.

Il riferimento a una sola urna non dimostra, naturalmente, che fosse impossibile votare No. Un unico recipiente poteva raccogliere schede con indicazioni differenti. Ma il confronto con le procedure descritte in altre località rende il particolare interessante.

A Venezia più votanti delle liste

Mentre nel Polesine si svolgevano queste operazioni, a Venezia emergeva un’altra particolarità. In un documento del 22 ottobre 1866, riportato negli Archivi dei regi commissari, una commissione avvertiva che il numero dei votanti sarebbe risultato superiore a quello ricavabile dalle liste elettorali ricevute. Le ragioni indicate erano tre: alcuni elettori avevano votato in circondari diversi da quello di appartenenza, le liste erano incomplete e numerosi esuli o emigrati rientrati da poco erano stati ammessi alla votazione pur non figurando negli elenchi.

La commissione spiegava di aver accettato questi ultimi voti ritenendo che gli interessati non avessero perduto il proprio domicilio legale. Questo non dimostra necessariamente che vi fossero stati voti irregolari, ma costituisce una testimonianza importante: gli stessi funzionari riconoscevano difficoltà nel far corrispondere il numero dei votanti alle liste disponibili. Resta quindi da capire quali controlli fossero previsti per impedire che una persona potesse votare più di una volta, soprattutto quando era consentito presentarsi in un circondario differente.

Le carte perdute della provincia di Rovigo

La ricostruzione degli avvenimenti del 1866 incontra purtroppo un grave ostacolo archivistico. La pubblicazione del 1968 Gli archivi dei regi commissari nelle province del Veneto e di Mantova nel 1866 riferisce che una parte della documentazione provinciale di Rovigo, trasferita in locali sotterranei durante il periodo bellico, rimase successivamente esposta all’umidità e all’abbandono. Le carte subirono un deterioramento tale che una parte venne destinata al macero. Una perdita grave per chi oggi desidera ricostruire le vicende del passaggio dal governo austriaco a quello italiano.

Non abbiamo elementi sufficienti per sostenere che quei documenti siano stati distrutti volontariamente per nascondere qualcosa. Rimane però il fatto che una parte del patrimonio archivistico non è più consultabile. Ed è proprio per questo che assumono ancora maggiore importanza le carte conservate negli archivi comunali, nei carteggi ecclesiastici e nelle raccolte documentarie che sono sopravvissute.

Quanto resta ancora da scoprire?

È questa, alla fine, la domanda che mi accompagna da quando ho cominciato a occuparmi di questi documenti. Se in un piccolo comune come Fasana è stato possibile trovare una lettera che racconta il coinvolgimento del parroco, e se ad Adria sono sopravvissuti i verbali di una sezione elettorale, che cosa potrebbe ancora trovarsi negli archivi degli altri comuni polesani? Quante lettere, registri, disposizioni e corrispondenze attendono semplicemente che qualcuno abbia il tempo e la pazienza di leggerli?

Le carte che ho rintracciato non bastano, da sole, a dimostrare una falsificazione generalizzata dei risultati. Ma raccontano una consultazione organizzata in un clima politico ben preciso, con mobilitazioni, pressioni e procedure che meritano un esame critico. Il plebiscito del 1866 non può essere compreso limitandosi a ripetere una percentuale ufficiale. Occorre tornare alle fonti, confrontare le testimonianze e cercare di capire che cosa avvenne realmente nei paesi, nelle città e davanti alle urne.

A 160 anni di distanza, il lavoro di Ettore Beggiato continua a rappresentare uno stimolo importante. Sta a Noi continuare a  cercare negli archivi del Polesine, con la convinzione che ci sia ancora molto da trovare e da raccontare.

Marco Fornaro 


Fonti:

  • Archivio Comunale Antico di Adria, verbali del plebiscito, sezione Castello – Chiesa Vecchia, 21 e 22 ottobre 1866.
  • Archivio Storico di Adria, Carteggio Amministrativo del Comune di Fasana, lettera della Deputazione Comunale al parroco, 19 ottobre 1866.
  • Ettore Beggiato, 1866: la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia, 1999 e successive edizioni.
  • Gli archivi dei regi commissari nelle province del Veneto e di Mantova nel 1866, 1968.
  • 1866 Adria e il Polesine nel 150° anniversario del Veneto italiano.
  • E. Andreini, I mitici albori del Polesine Sabaudo.
  • Federico Bozzini, L’arciprete e il cavaliere, Edizioni Lavoro, Roma, 1985, p. 171.
  • Gazzetta di Verona, 17 ottobre 1866.
  • Serenissima.news, Nuove prove sul Plebiscito truffa arrivano dal Polesine, 

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