Il profumo delle mandorle croccanti e la storia che si accende
Ogni anno, quando ottobre colora le piazze del Polesine, la mente si popola di luci e suoni inconfondibili. Bastano poche bancherelle e un sacchettino di mandorle croccanti per risvegliare un rito collettivo antico. La Fiera di Rovigo non è solo un evento commerciale, ma il battito profondo della memoria cittadina.
La parola stessa evoca giorni di festa, vacanza e incontri fortunati tra venditori e compratori. Eppure, per capire davvero la Fiera di Rovigo, bisogna fare un salto indietro nel tempo. Si deve viaggiare fino al tardo Quattrocento, tra le nebbie di una terra contesa e fiera.
Dalle ceneri della guerra: la nascita della Fiera di Rovigo nel 1482
La genesi di questa festa ha radici insanguinate e nobili insieme. Era il dodicesimo giorno di agosto del 1482 quando Rovigo finì sotto l’ala protettrice di Venezia. La famigerata Guerra del Sale stava dissanguando il Polesine, portando fame, pestilenze e distruzione.
Stanchi di subire saccheggi e alluvioni dolose, i cittadini inviarono ambasciatori al Doge Giovanni Mocenigo con atto di dedizione volontaria. Il 9 ottobre dello stesso anno nacque ufficialmente la Fiera di Rovigo, pensata per celebrare la dedizione alla Serenissima. Quel decreto garantiva una fiera totalmente libera da dazi e gabelle per ogni genere di mercanzia. Iniziò così la storia dei traffici nella Fiera di Rovigo tra cavalli e gabelle:
“che ad perpetuam rei memoriam della gloriosa felice entrata della vostra Ducal Signoria, che ha fatto in quella vostra Terra di Rovigo, quelle si degni, che ogni quattro dì avanti la vigilia dell’Assentione della gloriosa Madre di Dio, e quattro dì dappoi essa vostra Terra si abbia a far una Fiera libera, et esente da ogni Dazio, et Gabella si per lo vendere, et compar, come etiam per lo entrare, et uscire, et compar d’ogni, e qualunque robba, Bestiame, et mercanzia si conducesse, et cavasse di detta Terra, non ostante ordene che fosse in contrario”.
Le variazioni di data
La fiera, nel tempo, subì diversi cambiamenti di data.
Con decreto del 10 dicembre 1487 il Doge Agostino Barbarigo concesse, su richiesta della comunità di Rovigo tramite il Podestà Giovanni Marcello, l’autorizzazione a spostar la data della Fiera dagli otto giorni a ridosso dell’Assunzione agli otto giorni attorno alla ricorrenza di S. Francesco, per permettere ai contadini e ai mercanti di produrre in tempo le loro merci:
“la Fiera di Rovigo (…) sia trasportata quattro giorni avanti e quattro giorni dopo il giorno di S. Francesco del mese di Ottobre, con tutte le immunità, esenzioni, e condizioni con le quali è stata conceduta la prima volta”
Seguirono altri decreti:
Decreto del Senato del 22 ottobre 1491: “Che non essendosi fatta la Fiera al tempo solito sia trasportata a 3 di Novembre dovendosi in avvenite far fuori delle Porte”
Decreto del senato del 5 dicembre 1523: “dicta Fiera di Rovigo principiar debba alli otto del mese di Ottobre, e durar giorni nove successive, come alias è stato deliberato, oltra qual giorni non si possa far prorogazione alcuna, né per li Rettori del Luogo, né per la Signoria Nostra, né oltramente, che per deliberazione di questo Consiglio”;
Decreto del senato del 29 ottobre 1594: “Supplica dei Mercanti di Venezia per far prorogar la Fiera di Rovigo ai 20 Ottobre offerendosi di far essi la spesa sia Rovigo, come a Venezia, ottengono con questa condizione”.
Fu con ducale 27 agosto del 1594 che la data della Fiera fu fissata al 20 ottobre con inizio alle ore 14 e durata di otto giorni. (per altri autori la data è viene fissata con il Decreto del 29 ottobre 1594).
L’Organizzazione della Fiera e la destinazione dei proventi
Rispondendo al Decreto del senato del 9 novembre 1501, ogni anno il Consiglio della città di Rovigo eleggeva due cittadini, i quali dovevano affittare la piazza e i luoghi pubblici stabiliti, e riscuotere il denaro dagli espositori.
Nel 1504 si stabilisce che: “siano eletti due Cittadini alla Fiera per due anni, li quali abbiano a distribuire le Botteghe alli Mercanti secondo il consueto, scuoder li danari degli affitti di quelle in nome della Comunità”.
I proventi degli affitti delle botteghe non andavano sprecati. La Fiera di Rovigo finanziava le grandi opere pubbliche della comunità. Con quei soldi si selciarono le strade, la piazza pubblica, si ripararono le mura, lo scalone della Loggia e si sostennero il Monte di Pietà e il Duomo.
Sempre con i proventi della Fiera, il 22 dicembre 1546, viene concessa la facoltà alla Città di Rovigo di: “far cavar la fossa esteriore e d’atterrar l’interiore col terraglio di mezo valendosi per la spesa dei danari della Fiera”; e con decreto successivo furono oggetto di investimento anche le importantissime opere fognarie:“Che sia supplicato di poter col danaro della Fiera dar l’acqua viva alle Fosse, ed attuar l’altra per far buona aria”.
Anche la costruzione di una Prigione fu oggetto di investimenti con i proventi della Fiera (Decreto del 22 novembre 1583).
Il Bestiame, le merci e l’istituzione del “marti franco”
Nei secoli d’oro, la Fiera di Rovigo divenne un punto di riferimento imperdibile in tutto il Veneto. Il terreno paludoso del Polesine, perfetto per i pascoli, trasformò la fiera nel regno incontrastato dei bovini.
Ancor di più, a dominare la scena erano i magnifici cavalli della razza polesana. Neri, robusti e infaticabili, occhio non molto aperto, non veloci, atti a rendere un buon servizio sino ai ventotto anni, avvezzi nel rigore della stagione al prato ed alla palude. venivano scelti dai nobili veneziani per trainare le carrozze sulle strade più difficili.
Nelle vie di San Domenico e dei Cappuccini sfilavano allevatori provenienti da mezza Italia.
Se il mercato del bestiame, che si svolgeva fuori Porta San Francesco, faceva da padrone in questa Fiera, di certo non mancavano il commercio di altre svariate mercanzie esposte nel centro cittadino.
Le botteghe, che venivano erette in mezzo alla piazza (Piazza Granda o Maggiore) e sotto i portici, esponevano panni, telerie e oggetti di lusso, mentre nelle barche ferme in Adigetto si esponevano i vitelli.
Una curiosità che forse in pochi sanno è che durante la fiera le Signore perbene vestite in modo elegante erano abituate a passeggiare con dei pungoli per tener a debita distanza gli animali.
Una particolarità espositiva della Fiera di Rovigo fu sicuramente la bachicoltura. Il mercato dei bozzoli rivestì una notevole importanza per Rovigo e la provincia, finchè nel periodo austriaco e del Regno d’Italia, le forti imposizioni doganali mise in crisi l’esportazione delle “gallette” (bozzoli di seta) provocando un’inesorabile estinzione del mercato.
Tutti gli espositori pagavano una gabella per gli spazi occupati e gli introiti venivano impiegati, come si è visto, per opere pubbliche.
All’allevamento fu data una tale importanza che nel 1669, per favorire il commercio del bestiame, fu istituito il “mercato franco”, che per molti anni si svolse l’ultimo martedì di ogni mese. Un martedì senza dazi né gabelle.
Spettacoli, brividi e melodie nel cuore della Fiera di Rovigo
Non solo affari e bestiame, ma anche puro intrattenimento per stupire grandi e piccini. Nei secoli passati, la Fiera di Rovigo offriva spettacoli mozzafiato come la celebre caccia dei bovi con il toro, che si svolgeva in Piazza Grande con palchi intorno per il pubblico sempre numeroso, mentre il Podestà prendeva posto nel poggiolo della Loggia dei Notari.
La “caccia” si svolgeva in due giornate: la prima con il coinvolgimento di soli buoi, mentre nella seconda veniva introdotto anche un toro. Lo scopo era eleggere il miglior cane che meglio si era comportato nel “cacciare” ovvero addentare all’orecchio il bove senza attacarsi ad altre parti.
Un altro spettacolo che animava i cittadini era: la Corsa dei Barbari, con cavalli sciolti lanciati lungo le curve strette della città medievale. Lo spettacolo ce lo descrive bene il diarista Masatto:
“In questo giorno si fece un corso di cavalli sciolti, detti barbari. La mossa fu fatta dinanzi al Palazzo del Pubblico rappresentante in Piazzetta in faccia alla contrada S. Domenico, per cui subito sciolti andarono, indi per il borgo di S. Bartolomeo; poi girarono a sinistra per la strada, che conduce al Prato della Fiera; ed entrati per la Porta S. Francesco si portarono per la strada detta di S. Francesco fin quasi al Corpo di Guardia del Podestà, ove giunti, nello spazio di un minuto e mezzo, dovevano proseguire per due volte la strada suddetta(…)”. Il tutto per un percorso di circa un miglio e mezzo, ripetuto tre volte”.
Con il passare del tempo, la musica prese il sopravvento sui giochi cruenti. La stagione lirica al Teatro Sociale divenne il richiamo irresistibile per migliaia di spettatori. Subentrarono anche altri tipi di intrattenimento: corse ippiche, velocipidistiche, tiro al piccione, ed altre manifestazioni, mentre numerose compagnie forestiere si esibivano nelle piazze con spettacoli comici e acrobatici e il prato di Piazza Castello si riempiva di giostre.
La Fiera di Rovigo sapeva trasformarsi, unendo il popolo e la nobiltà in un unico abbraccio culturale.
La resilienza di una tradizione: la Fiera di Rovigo oggi
Nel corso dell’Ottocento la Fiera rodigina si incammina verso una progressiva decadenza.
Ancora il Biscaccia ci dice: “pochissimi i forestieri che giungevano per lo spettacolo teatrale, scarse le vendite. Difatti, due ore prima della sera, deserte le vie, spoglio il prato dei bovi, lagni, e brontolii per la marcantazia rimasta…”.
Nel 1864 la dirigenza municipale e la commissione alle fiere e ai mercati finanziari pensavano di rendere sgombra la piazza principale da venditori e compratori, trasferendo la fiera lungo lo stradone della Madonna, non pensando che in quel viale non esisteva selciato e non pensando, soprattutto, che la fiera cade alla fine dell’ottobre piovigginoso, per cui compratori, venditori e visitatori avrebbero dovuto muoversi nel fango.
L’avviso municipale concernente tale trasferimento fu male accolto, poco rispettato ed ebbe poca vita, anche se venne più volte ripubblicato.
Eppure, nonostante la crisi e le piogge autunnali che spesso accompagnavano i festeggiamenti, la Fiera di Rovigo non si è mai arresa.
Oggi l’evento continua a vivere tra la fiera campionaria, le giostre del luna park e le centinaia di bancarelle colorate. La Fiera di Rovigo resta il simbolo di una comunità che custodisce il proprio passato. Camminare tra le sue strade oggi significa stringere tra le mani lo stesso, immancabile sacchettino di mandorle tostate.
Fonti:
N. Biscaccia- “Cronache di Rovigo dal 1844 a tutto il 1864”;
L. Stocco “Rovigo e la sua Storia”;
Rivista Ventaglio Novanta.
Immagine creata con IA a puro scopo illustrativo.
