Chi percorre la strada che collega Loreo a Porto Viro non può fare a meno di notare la chiesa della Madonna del Pilastro, uno degli edifici religiosi più suggestivi del territorio loredano. La chiesa si affaccia sulla strada principale e racconta, attraverso le sue mura, secoli di storia locale. Le grandi vie d’acqua del Polesine hanno plasmato il paesaggio che la circonda, mentre al suo interno si conservano tradizioni, opere d’arte e vicende che ancora oggi sollevano interrogativi e alimentano la curiosità degli studiosi.
Le sue origini si collocano a metà strada tra storia e leggenda. Proprio questa commistione rende il santuario del Pilastro uno dei luoghi più affascinanti del territorio.
Le origini tra leggenda e tradizione
Affondano nella leggenda le origini della chiesa dedicata alla Natività della Beata Vergine Maria.
Secondo una tradizione tramandata fino ai giorni nostri, la strada che attraversa Pilastro costeggiava un antico ramo del Po lungo il quale transitavano uomini e merci diretti verso la Lombardia. In questa località si trovava un importante punto d’imbarco per le merci dirette verso l’entroterra.
La leggenda racconta che una anziana donna si avvicinò a una barca chiedendo ospitalità per raggiungere Cremona. Il proprietario la respinse con parole offensive e bestemmie. Poco dopo la donna trovò accoglienza su una seconda imbarcazione. Durante la notte scoppiò una violenta tempesta e la barca che aveva rifiutato ospitalità scomparve tra le acque del fiume. L’altra, invece, raggiunse Cremona in tempi incredibilmente brevi, quasi fosse stata guidata dagli angeli.
Una volta giunti a destinazione, i marinai cercarono la misteriosa viaggiatrice. Al suo posto trovarono soltanto un intenso profumo di rose. I marinai interpretarono l’evento come una manifestazione della Vergine Maria.
Questa tradizione è narrata nel grande ex voto collocato sopra la porta d’ingresso. L’opera visibile oggi è una copia ottocentesca realizzata da don Felice Zennaro, che riproduce una tradizione certamente più antica. Oltre al racconto del miracolo, il dipinto possiede anche un notevole valore documentario: vi sono infatti raffigurate vedute di Loreo e Cremona, offrendo una rara testimonianza dell’aspetto che le due città avevano in passato.
La questione della fondazione della chiesa della Madonna del Pilastro
La storia documentata della chiesa della Madonna del Pilastro presenta alcuni interrogativi.
Secondo alcune fonti, la fondazione risalirebbe al 1153. Tuttavia non possediamo alcun documento medievale che confermi direttamente questa data. La notizia ci è giunta attraverso uno scritto di fine Ottocento di don Giuseppe Sambo, arciprete di Loreo dal 1887 al 1923, che probabilmente si basava su documentazione oggi perduta.
A complicare ulteriormente il quadro interviene proprio l’ex voto della Madonna del Pilastro. Nel dipinto compare infatti la data del 1553, indicata come anno del miracolo e della fondazione della chiesa.
Il problema è che sappiamo con certezza che il 20 giugno 1489 il santuario era già affidato alla congregazione dei Celestini. La chiesa esisteva quindi almeno da alcuni decenni prima del 1553.
Un ulteriore elemento proviene da una mappa conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia e datata 10 agosto 1547, nella quale la chiesa è già chiaramente rappresentata. Anche questo documento dimostra che l’edificio era esistente prima della data riportata nell’ex voto.
L’ipotesi più plausibile è dunque che il 1553 non rappresenti l’anno di fondazione del santuario, ma una fase di ricostruzione o rinnovamento particolarmente significativa. Del resto Loreo aveva subito pochi decenni prima le devastazioni della Guerra della Lega di Cambrai: nel 1510 il paese venne quasi completamente distrutto dalle truppe ferraresi. Non è quindi impossibile che la data ricordata dalla tradizione sia legata alla rinascita dell’edificio dopo quei tragici eventi.
Un fenomeno analogo si osserva anche nel Duomo di Santa Maria Assunta di Loreo. L’attuale edificio venne ricostruito nel Seicento, mentre il celebre miracolo dei fratelli Polo e la traslazione dell’immagine della Madonna della Carità appartengono a una fase successiva della sua storia. In entrambi i casi la memoria religiosa del luogo finì per identificarsi con un evento devozionale particolarmente importante, più che con la data originaria della costruzione.
I Celestini e l’ospizio per i viandanti
I documenti attestano che il 20 giugno 1489 la Comunità di Loreo affidò la chiesa della Madonna del Pilastro alla congregazione dei Celestini, ordine fondato da San Pietro da Morrone, il futuro papa Celestino V.
I monaci costruirono accanto al santuario un ospizio destinato ad accogliere pellegrini e viandanti. La loro presenza durò per quasi tre secoli, fino al 6 maggio 1769, quando il Senato Veneto decretò la soppressione dell’ospizio e gli ultimi religiosi lasciarono definitivamente il complesso.
La tradizione locale collega inoltre il santuario al viaggio compiuto da Dante Alighieri nel 1321 durante la sua ambasceria da Ravenna a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta. Secondo numerosi studiosi sarebbe stato proprio nelle zone paludose del basso Polesine che il poeta avrebbe contratto la malaria che lo portò alla morte pochi mesi dopo a Ravenna.
L’immagine della Madonna del Pilastro

Sull’altare maggiore è oggi conservata una copia della venerata immagine della Madonna del Pilastro.
Secondo la tradizione, il piccolo dipinto si trovava originariamente presso l’approdo fluviale situato lungo l’antico Po di Fornaci, oggi identificabile con il tratto terminale del Canalbianco o Po di Levante. Era probabilmente collocato in prossimità del luogo dove sostavano le imbarcazioni.
È possibile che, dopo il miracolo tramandato dalla tradizione, l’immagine sia stata trasferita all’interno della chiesa, diventando il centro della devozione mariana del santuario.
Nel corso dei secoli il dipinto originale venne trasferito a Chioggia presso la Pinacoteca della Santissima Trinità, dove fu inserito all’interno di un’opera più ampia. L’immagine oggi visibile sull’altare è una copia relativamente recente. Anche la cornice che la circonda proviene dall’Oratorio della Santissima Trinità di Loreo, a testimonianza dello stretto legame tra i due edifici.
Il mistero dei due altari laterali
Tra gli elementi più affascinanti della chiesa spiccano i due altari laterali, sui quali storici e studiosi continuano a confrontarsi senza essere giunti a un’attribuzione definitiva.
L’altare rivolto verso sud raffigura con buona probabilità San Pietro da Morrone eremita, fondatore dell’Ordine dei Celestini. Il santo è rappresentato secondo un’iconografia diffusa soprattutto nell’Italia centrale, che lo mostra negli anni della vita eremitica precedenti all’elezione al soglio pontificio.


Più complessa è invece l’identificazione del santo raffigurato nell’altare settentrionale.
Una prima interpretazione identifica anche questa figura con San Pietro da Morrone, questa volta nelle vesti di abate. L’ipotesi consentirebbe di collegare entrambi gli altari al fondatore dell’ordine che amministrò il santuario per quasi tre secoli.
Altri autori hanno invece proposto l’identificazione con Sant’Agostino. Tale attribuzione trova un sostegno in uno scritto dell’arciprete don Erminio Marzolla, che si rifaceva a notizie raccolte dal suo predecessore don Giuseppe Sambo. Alcuni particolari iconografici sembrano inoltre rafforzare questa possibilità: il santo appare infatti portare la mano al petto e scostare il mantello all’altezza del cuore, un gesto che potrebbe richiamare il tema del cuore infiammato dall’amore divino, caratteristico della tradizione agostiniana.

Una terza ipotesi, emersa da studi più recenti sul cosiddetto programma iconografico della chiesa, propone invece di riconoscere nella figura San Benedetto. Questa interpretazione presenta una particolare coerenza simbolica: da una parte troveremmo San Pietro da Morrone, fondatore dell’Ordine dei Celestini, dall’altra San Benedetto, autore della regola monastica alla quale lo stesso ordine si ispirava.
Nessuna delle tre attribuzioni può però essere considerata definitiva. Le tele hanno subito nel corso dei secoli numerosi interventi, ridipinture e alterazioni che rendono difficile riconoscere con certezza gli attributi originari dei santi. Inoltre, pur non essendo impossibile, la presenza dello stesso santo raffigurato su entrambi gli altari laterali appare una soluzione relativamente insolita per una chiesa di dimensioni così contenute. In edifici di questo tipo si tendeva infatti a differenziare i soggetti degli altari secondari, sia per ragioni devozionali sia per costruire un programma iconografico più articolato.
Gli stemmi Grimani sugli altari

La parte marmorea dei due altari laterali conserva un ulteriore elemento di interesse. Nella sommità compare infatti lo stemma della famiglia Grimani, una delle più importanti casate del patriziato veneziano. La presenza dello stemma Grimani non sorprenderebbe del tutto. A poca distanza dalla chiesa sorge infatti la cosiddetta Corte Grimani, complesso agricolo e residenziale legato alla presenza della famiglia veneziana nel territorio loredano. I Grimani subentrarono ai Silvestri e proprio da questa successione deriva il nome della località adiacente alla corte, ancora oggi conosciuta come La Grimana. Rimane tuttavia da chiarire se il personaggio richiamato dagli stemmi degli altari appartenga effettivamente al medesimo ramo della famiglia.
L’insegna è sormontata da un galero ecclesiastico, da una croce a doppia traversa e da dodici nappe complessive. Proprio questi elementi hanno dato origine a diverse interpretazioni. Le dodici nappe sembrerebbero indicare una dignità vescovile, mentre la croce doppia è generalmente associata a un arcivescovo. La combinazione dei due simboli non appare perfettamente coerente e rende difficile identificare il personaggio cui lo stemma sarebbe riferito.
Il campanile e la campana più antica della diocesi
Anche il campanile conserva tracce delle diverse fasi costruttive attraversate dal santuario.
Osservando la struttura interna è infatti possibile riconoscere al terzo pianerottolo quella che appare come una precedente cella campanaria. Nel fusto della torre sono inoltre visibili alcune antiche finestre ad arco successivamente tamponate. Questi elementi suggeriscono che il campanile sia stato progressivamente sopraelevato nel corso dei secoli.

Durante alcuni lavori di restauro, gli operai fecero una scoperta inattesa. Dietro una parete che chiudeva un’intercapedine apparentemente vuota, gli addetti ai lavori rinvennero un’antica campana.
La campana reca la data del 1423 ed è attualmente la più antica conosciuta dell’intera diocesi di Chioggia.
Non sappiamo con certezza quando venne occultata. Una delle ipotesi più plausibili collega il nascondimento alle requisizioni di bronzo imposte durante la Seconda guerra mondiale dal Regio Decreto 23 aprile 1942 n. 505. Qualcuno potrebbe averla murata per salvarla dalla fusione.
Oggi la campana è conservata presso l’Oratorio della Santissima Trinità di Loreo. Una vistosa frattura nel bronzo, che la rende una campana “fessa”, ne impedisce l’utilizzo, ma non ne diminuisce il valore storico.
Oltre alla campana, presso l’Oratorio della Santissima Trinità è conservato anche l’antico confessionale della chiesa del Pilastro, realizzato in legno di noce e datato all’Ottocento secondo il Catalogo Generale dei Beni Culturali.
I restauri del Novecento e le antiche sepolture
L’aspetto attuale della chiesa è il risultato dei profondi restauri eseguiti dopo l’alluvione del Polesine del 1951.


A questa fase appartengono il soffitto ligneo oggi visibile e la pavimentazione in marmo. Dopo l’alluvione il grande ex voto sopra la porta d’ingresso venne rimosso e conservato presso l’Oratorio della Santissima Trinità di Loreo. Negli anni Ottanta i restauratori recuperarono l’opera e la ricollocarono infine nella sua posizione originaria.
Prima del rifacimento del pavimento, l’interno conservava numerose lapidi sepolcrali. Di esse rimane oggi una sola testimonianza.
La lastra è murata all’esterno sul lato settentrionale della chiesa, nei pressi dell’antico ingresso delle scuole elementari. Dell’iscrizione si legge soltanto l’abbreviazione “Sep.” e la data “ADì 11 9b°° 1756”, interpretabile come 11 novembre 1756.
Nella parte inferiore compare uno stemma ancora oggi di difficile attribuzione. Lo scudo è diviso in quattro settori da una croce. Due comparti presentano stelle, mentre negli altri sono raffigurati quadrupedi che alcuni interpretano come orsi, altri come tassi o ancora come maiali.
Chiesa della Madonna del Pilastro: un patrimonio ancora da riscoprire
Tra leggende, opere d’arte, documenti e reperti materiali, la chiesa della Madonna del Pilastro rappresenta uno dei luoghi più ricchi di storia dell’intero territorio loredano.
Per la sua antichità e per la presenza di tradizioni che ne fanno risalire le origini almeno al Medioevo, la chiesa viene talvolta indicata come la più antica del Basso Polesine. Si tratta certamente di uno dei luoghi di culto più antichi e significativi del territorio, anche se questa definizione va accolta con cautela. La documentazione storica consente infatti di attribuire una maggiore antichità alla chiesa di San Basilio di Ariano nel Polesine, le cui origini sono attestabili con maggiore sicurezza e risalgono ad epoche precedenti. Ciò non toglie che il santuario del Pilastro rappresenti una delle più antiche testimonianze della religiosità cristiana nel territorio loredano e nell’intero Delta del Po.

Lo stretto legame con la Confraternita della Santissima Trinità è ancora oggi testimoniato dalla tradizionale processione notturna dei Fradèi, che raggiunge il santuario prima della veglia presso il camposanto.
Piccola nelle dimensioni ma straordinariamente ricca di memorie, la chiesa della Madonna del Pilastro continua a custodire secoli di devozione, tradizioni popolari e interrogativi che attendono ancora una risposta definitiva.
Luca Graziano Cattin
![]()
