Per secoli, in gran parte d’Europa, esistette un singolare rito collettivo con cui la comunità giudicava pubblicamente i comportamenti ritenuti contrari alla morale comune. In Francia era noto come charivari, in Inghilterra come rough music, in Germania come Katzenmusik, in Spagna come cencerrada. Anche l’Italia ne conservò numerose varianti locali: la batarela nel Veronese, la scampanata in Toscana, la ciabra in Piemonte, il batare i bandòti nel Vicentino, la gazzarra in Valsugana e, nel Polesine, la Tampelà.
Più che un semplice scherzo, si trattava di un vero e proprio tribunale popolare. La comunità, senza ricorrere ad autorità civili o religiose, metteva in scena un processo pubblico contro chi aveva infranto regole non scritte ma profondamente radicate nella coscienza collettiva. Sorprendentemente, mentre altrove queste usanze erano scomparse da tempo, a Loreo la Tampelà sopravvisse fino al Novecento inoltrato, conservando tracce di un mondo che affondava le proprie radici nel Medioevo.
Un tribunale davanti alle finestre
La Tampelà entrava in scena quando la comunità riteneva che qualcuno avesse infranto le regole non scritte della convivenza sociale.
Si svolgeva quasi sempre di sera. Gruppi di uomini, organizzati secondo una precisa gerarchia, si radunavano sotto le finestre dei malcapitati, armati soprattutto della propria voce, ma anche di pentole o catene per far rumore e di una fantasia inesauribile. L’obiettivo era attirare l’attenzione dell’intero vicinato attraverso canti satirici, filastrocche e schiamazzi destinati a protrarsi anche per ore.
Le vittime erano spesso persone accusate di adulterio, ma non solo. Finivano nel mirino anche matrimoni considerati sconvenienti, unioni tra persone di età molto diversa, nozze celebrate per interesse economico oppure giovani donne sospettate di aver simulato una gravidanza per costringere il fidanzato al matrimonio.
Se gli interessati decidevano di ignorare il gruppo, la rappresentazione continuava a oltranza. Solo quando uscivano alla finestra, accettando simbolicamente il giudizio della comunità e “costituendosi” davanti a quel tribunale improvvisato, la tensione si scioglieva. La conclusione era quasi sempre la stessa: vino, salame e qualche risata. Il conflitto si trasformava così in una riconciliazione pubblica.
Il “riso vendicatore”
Lo storico Georges Minois ha definito lo charivari un “riso vendicatore”, una “derisione aggressiva” capace di svolgere una precisa funzione sociale. In comunità fortemente coese, dove tutti conoscevano tutti, la Tampelà rappresentava uno strumento di controllo collettivo: chi si allontanava dal codice morale veniva pubblicamente richiamato all’ordine.
Era, nelle parole dello stesso Minois, un’arma di autodisciplina della comunità, destinata a espellere simbolicamente il diverso, il bizzarro o chi infrangeva le convenzioni. La vergogna pubblica diventava così un mezzo per ricomporre l’equilibrio sociale.
Tampelà del Polesine: le strofe della memoria
Della Tampelà non sono sopravvissuti molti testi. Una preziosa testimonianza proviene da un maestro elementare loredano, nato negli anni Trenta e scomparso pochi anni fa, che ricordava ancora alcune strofe ascoltate nella sua giovinezza.
Per un caso di tradimento si cantava:
E la ga na bela pancera
e na bela bottoniera
e (nome) co la maniera
el ghea ga desbotonà.
Quando invece una ragazza veniva accusata di aver simulato una gravidanza:
E la dise che la ga un putin
cusì tanto picinin
che nol se vede.
Nemmeno i matrimoni giudicati poco convenienti dal punto di vista economico sfuggivano alla satira:
E la dise
che la ga el moroso
ma l’è onto e peocioso
el ga la rogna.
Questi versi, semplici solo in apparenza, mostrano quanto la comunità ritenesse legittimo intervenire perfino nelle scelte sentimentali e familiari dei singoli.
Il Primo Maggio e il giudizio della comunità
Lo stesso meccanismo riaffiorava durante le tradizioni del Primo Maggio. I giovani usavano lasciare un omaggio floreale alle ragazze amate o promesse spose. Ma esisteva anche il rovescio della medaglia.
Alle donne ritenute poco rispettose delle convenzioni sociali poteva essere lasciato davanti alla porta un mazzo di erba medica (erba Spagna), accompagnato dalla rima popolare:
Erba Spagna, la vacca magna.
Il gesto, oggi percepito come offensivo, all’epoca rappresentava una forma di pubblica disapprovazione. In alcuni casi si arrivava perfino a depositare intere balle di fieno davanti alle abitazioni. Erano manifestazioni dure, figlie di una società nella quale la reputazione personale era considerata patrimonio dell’intera comunità.
La tragedia di Ca’ Negra del 1966
La memoria orale conserva anche il ricordo di una vicenda tragica che contribuì a cambiare la percezione di queste pratiche.
L’episodio avvenne a Ca’ Negra il 1° maggio 1966 e proprio quest’anno ne cade il sessantesimo anniversario.
Le testimonianze raccolte nel corso degli anni presentano versioni differenti. Secondo alcuni, davanti all’abitazione di una famiglia oggetto di pettegolezzi venne lasciata dell’erba. Secondo altri vi furono schiamazzi e provocazioni notturne.
Tutti i racconti concordano però su un punto fondamentale.
Una giovane donna uscì dall’abitazione nel tentativo di affrontare o allontanare i responsabili. In quei momenti venne investita da una motocicletta in transito sulla strada e morì sul colpo.
Non interessa qui identificare le persone coinvolte né formulare giudizi, anche perché nessuno è mai stato perseguito per la cosa. Al contrario, la vicenda ricorda come dietro il folklore e le tradizioni popolari si nascondessero talvolta tensioni reali e conseguenze drammatiche.
La data stessa dell’episodio colpisce particolarmente. Non si tratta infatti di un fatto medievale, ma di una tragedia avvenuta nel 1966, quando l’Italia stava già vivendo pienamente la modernità.
La Tampelà del Polesine e il “morbìn” secondo Tullio Ferro
Una riflessione particolarmente interessante proviene dallo scrittore loredano Tullio Ferro, autore del romanzo storico Tampelà tampelà. Pur trattandosi di un’opera narrativa, Ferro offre una chiave di lettura preziosa della mentalità contadina che poteva sostenere questi rituali.
Nel romanzo compare infatti il morbìn, una forza misteriosa, “figlia del vento leggero e frizzante che viene dal mare”, capace di suscitare nelle donne un turbamento quasi animalesco e irresistibile. Il tradimento non viene presentato semplicemente come una colpa individuale, ma come il risultato di una forza superiore:
«Il tradimento della donna non è proprio tanto condannato, perché, qui dicono, esso ha sempre origine da forze superiori; è il mare che tradisce le giovani donne; è una droga antica che prende i sensi e la ragione.»
Quando un forestiero racconta queste credenze ai giornali, gli uomini di Boccavecchia — alter ego letterario di Loreo — reagiscono indignati. Non è soltanto la reputazione di una famiglia a essere messa in discussione, ma quella dell’intero paese. Uno dei personaggi osserva:
«[La Tampelà] Sarà una legge barbara quanto si vuole, ma è sempre una legge che frena gli istinti, è una paura che fa meditare.»
Un altro aggiunge con rassegnazione:
«È storia vecchia come un patriarca. Anche a mia nonna fecero lo stesso servizio.»
La riflessione finale di Ferro è forse la più significativa:
«La Tampelà è un rito popolare rivolto non proprio alla debolezza dell’uomo nel riprendere la moglie adultera, ma per ricordare a tutti che c’è questa necessità di compromesso per tenere su la famiglia; sono cose che capitano come le malattie, e non tutte le malattie portano alla fine: c’è speranza che il malato guarisca.»
È una prospettiva sorprendente. La Tampelà del Polesine non appare soltanto come una punizione, ma come un rito di ricomposizione sociale: la comunità umilia pubblicamente, ma allo stesso tempo consente alla famiglia di sopravvivere, trasformando la vergogna in una forma di riconciliazione collettiva.
La Tampelà nella memoria locale

La tradizione è ormai scomparsa, ma non il suo ricordo.
Negli anni Sessanta il film “La Sterba – Quando la pelle brucia“ di Renato Dall’Ara, girato proprio a Loreo, restituì sullo schermo le atmosfere della Tampelà e le mentalità del mondo rurale polesano.
Negli anni Ottanta il già citato scrittore loredano Tullio Ferro, trasferitosi sul lago di Garda ma rimasto profondamente legato alla propria terra d’origine, pubblicò il volume Tampelà tampelà, contribuendo a preservare la memoria di queste usanze.
Tracce della tradizione sopravvivono ancora oggi nel linguaggio quotidiano. In alcune zone del Delta del Po si utilizza l’aggettivo tamplòn per indicare una persona maldestra o goffa.
A Loreo, invece, l’espressione “fare la tampelà” è rimasta nel linguaggio comune con il significato di trascorrere una notte insonne o particolarmente movimentata.
Tampelà del Polesine: un frammento di Medioevo nel Novecento
Osservata con gli occhi di oggi, la Tampelà del Polesine può apparire come una semplice curiosità folkloristica. In realtà rappresenta qualcosa di molto più interessante.
Essa mostra come antichi modelli culturali siano sopravvissuti nelle campagne polesane fino a tempi sorprendentemente recenti.
Quando ancora negli anni Cinquanta e Sessanta gruppi di giovani si radunavano sotto una finestra per cantare versi di scherno, stavano inconsapevolmente ripetendo gesti che affondavano le proprie radici nel Medioevo europeo.
Non il Medioevo dei castelli e delle battaglie, ma quello delle mentalità collettive, delle consuetudini e delle regole non scritte che governavano la vita delle comunità.
Per questo la Tampelà del Polesine rappresenta uno straordinario esempio di “Medioevo nel Novecento”: una tradizione antichissima sopravvissuta per secoli nel cuore del Delta del Po, fino a raggiungere un’epoca che consideriamo ormai pienamente moderna.
Luca Graziano Cattin
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