Una sola confraternita sopravvissuta
Dopo aver seguito la storia delle confraternite di flagellanti tra Chioggia e il Bassopolesine, possiamo ora concentrarci su una particolare devozione che ebbe una diffusione straordinaria nella diocesi di Chioggia: quella della Santissima Trinità.
Oggi, quando si parla delle confraternite della Santissima Trinità nel territorio diocesano, il pensiero corre inevitabilmente a Loreo, dove la confraternita è ancora viva e continua a praticare i propri antichi riti. Ma fino a non molti decenni fa la situazione era molto diversa. Esistevano infatti confraternite della Santissima Trinità a Chioggia, Cavarzere, Rottanova e, in seguito, anche a Battaglia Terme, aggregate e collegate fra di loro. Di queste, quella loredana è l’unica ad essere sopravvissuta fino ai nostri giorni.
La più antica nacque a Chioggia nel 1528 e sarebbe sopravvissuta fino al secondo dopoguerra. La sua storia è particolarmente interessante anche per le persone che vi gravitavano attorno: fra Paolo Barbieri da Chioggia, tra i primi compagni di Matteo da Bascio e protagonista delle origini dell’Ordine dei Cappuccini, fu infatti all’origine della compagnia.
Fra Paolo Barbieri e la nascita della confraternita della Santissima Trinità di Chioggia
La Mariegola conserva una descrizione affascinante dei primi momenti della confraternita. Il 10 maggio 1528 viene ricordato come un momento fondamentale:
“In questo luogo fra Paolo, ogni domenica mattina, si metteva un ‘Sacho overo tonica di tella i dosso sopra la carne cum uno buso per mezo la schiena’ e insieme a lui, allo stesso modo, si univano altri chioggiotti presso la detta scuola, cantando le litanie, battendosi e disciplinandosi per ‘lo amor de Iddio’.”
Il dettaglio è straordinariamente importante. Il sacco veniva indossato direttamente sopra le carni e presentava un’apertura sulla schiena, necessaria per la disciplina. Non siamo quindi davanti a una semplice confraternita devozionale, ma a una compagnia nella quale la penitenza corporale era ancora parte integrante della pratica religiosa.
Fra Paolo Barbieri era una figura di particolare rilievo. Era stato compagno di Matteo da Bascio negli anni delle origini del movimento cappuccino e viene ricordato tra i protagonisti della prima storia dell’Ordine. La sua esperienza francescana contribuì dunque a dare alla nuova scuola chioggiotta un’impronta fortemente penitenziale.
Dalla piccola scuola alla chiesa della Santissima Trinità
La prima sede era troppo piccola per accogliere una devozione che cresceva rapidamente. La Mariegola racconta infatti che, aumentando il numero dei devoti, le pratiche della compagnia finirono per creare disturbo presso la scuola di San Francesco. I confratelli si trasferirono quindi a San Pieretto e successivamente ottennero un terreno vuoto vicino al Fondaco.
Con appena dieci ducati i confratelli costruirono una piccola “giesiola de legnamo”, autorizzata dal vescovo e dedicata “a lode e gloria della S.S. Trinità, della Vergine Gloriosa, di San Francesco e tutti i Santi e Sante del Paradiso”.
Quella modesta costruzione sarebbe diventata, attraverso successive trasformazioni, il complesso della Santissima Trinità di Chioggia. L’attuale chiesa, costruita tra il 1703 e il 1707 su progetto di Andrea Tirali, sorge infatti sul luogo sviluppatosi a partire dalla confraternita cinquecentesca; oggi il complesso ospita anche la Pinacoteca della Santissima Trinità.
La festa principale della compagnia era quella della Trasfigurazione, il 6 agosto, tanto che la chiesa stessa finì per assumere il titolo di Trasfigurazione.
Entrare nelle confraternite della Santissima Trinità: una scelta non automatica
Anche l’ingresso nella compagnia era sottoposto a regole precise. Non bastava dichiarare semplicemente di voler diventare confratello. La persona doveva essere sottoposta alla votazione degli iscritti e ottenere la maggioranza.
La confraternita non era un’associazione nella quale chiunque poteva entrare automaticamente: l’ammissione rappresentava una scelta della comunità dei fratelli.
Il nuovo membro entrava così in una struttura regolata da norme precise, con obblighi religiosi e comportamentali, ma anche con un sistema di cariche e responsabilità. Nel 1566, ad esempio, venne stabilito che il Guardiano non potesse rimanere in carica per più di sei mesi, proprio per evitare “Schandoli” e malumori tra i confratelli. La decisione passò con 44 voti favorevoli e 10 contrari.
La disciplina secondo le stagioni
Anche la pratica della flagellazione era regolata con attenzione. Nel 1536 venne stabilito che la compagnia non uscisse con la disciplina nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio:
“chel non vada cum la disiplina tre mexi”
La motivazione era ricondotta al principio secondo cui Dio, visto il gran freddo di questi mesi, non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione. Dietro una pratica che oggi può apparire estremamente rigorosa esisteva quindi un’organizzazione tutt’altro che improvvisata: persino la disciplina veniva regolata secondo il calendario, le stagioni e le condizioni della compagnia.
Questo elemento è importante perché ci permette di comprendere anche le successive confraternite della Santissima Trinità. Le loro regole, pur con differenze locali, mostrano infatti una sorprendente continuità.
Da Chioggia a Cavarzere e Rottanova

La devozione della Trinità si diffuse successivamente in altri centri della diocesi. Nella seconda metà del Seicento una confraternita venne istituita a Cavarzere, con sede presso la chiesa di Santa Maria Maddalena, e aggregò anche il titolo del Santissimo Sacramento. Un bombardamento distrusse la chiesa durante la Seconda guerra mondiale.
Le regole della confraternita mostrano ancora una volta l’importanza della carità. Al momento dell’ingresso non doveva essere imposto alcuna elemosina obbligatoria:
“e questo sia detto solo à chi hà il commodo, e puole: mà non già a chi fosse povero, ò ch’havesse bisogno dell’altrui”
È un passaggio che dice molto sulla mentalità della confraternita. La devozione non doveva trasformarsi in un peso per chi non aveva possibilità economiche.
Ai confratelli veniva inoltre raccomandato di frequentare i sacramenti, esercitarsi nelle opere di misericordia corporali e spirituali, partecipare alle processioni e accompagnare i fratelli defunti alla sepoltura, rigorosamente vestiti del sacco.
Processioni, pellegrinaggi e memoria
Le processioni rappresentavano un altro elemento comune delle confraternite della Santissima Trinità. La compagnia di Chioggia si recava al santuario della Madonna della Navicella; quella di Cavarzere partiva dalla chiesa di Santa Maria Maddalena e raggiungeva il Duomo; quella di Rottanova si dirigeva verso Pettorazza.
Non si trattava di percorsi scelti casualmente. Una testimonianza novecentesca di don Antonio Scarpa spiega che la scelta di un santuario da visitare processionalmente faceva parte delle costituzioni stesse della confraternita.
Per Rottanova Scarpa racconta che, dopo una terribile epidemia di peste, la comunità attribuì alla Madonna di Pettorazza la propria salvezza. Dal 1730 la confraternita, accompagnata dal parroco, vi si recava quindi ogni anno il giorno dopo Pasqua. Il pellegrinaggio continuò per quasi due secoli, fino a quando, attorno al 1900, venne abbandonato:
“Passioni nuove hanno avuto il sopravvento sul lato e sul debito di riconoscenza.”
È una frase amarissima, perché ci mostra che il declino delle confraternite era già iniziato molto prima della loro definitiva scomparsa.
La confraternita di Rottanova
Anche a Rottanova la confraternita della Santissima Trinità era aggregata al Santissimo Sacramento. Le sue regole stabilivano un numero massimo di cento fratelli, esclusi protettori e rettore della chiesa.
L’ingresso prevedeva una vera cerimonia di vestizione. Il nuovo confratello doveva procurarsi entro un mese la propria cappa; quindi, davanti all’altare, il presidente gliela imponeva personalmente. Il nuovo fratello baciava le mani del presidente, dei massari e degli altri confratelli, pronunciando:
“Dio mi faccia buon fratello”
e ricevendo come risposta:
“pregate dio per me”.
Le prescrizioni comprendevano inoltre la partecipazione alle processioni del Venerdì Santo, della Santissima Trinità e del Corpus Domini, con la cappa, a piedi scalzi e con la schiena scoperta attraverso l’apposito foro per la disciplina.
La confraternita doveva anche occuparsi dei più poveri: i fratelli erano invitati a fare elemosina, ad alloggiare i poveri e ad assistere gli infermi.
Una rete che arrivò fino a Battaglia Terme

La diffusione non si fermò al territorio bassopolesano. Una confraternita della Santissima Trinità sorse anche a Battaglia Terme, presso la storica chiesa di San Giacomo.
L’oratorio si trovava alle spalle dell’altare, in uno spazio che oggi ha una funzione completamente diversa. Anche qui ritroviamo dunque lo stesso modello: una chiesa, un oratorio, una comunità di confratelli e un insieme di pratiche religiose che regolavano la vita del sodalizio.
Guardando insieme queste esperienze, le confraternite della Santissima Trinità appaiono quindi come una vera rete devozionale, diffusa in diversi centri della diocesi e caratterizzata da elementi comuni: la vestizione, il sacco, la disciplina, le processioni, l’assistenza ai confratelli e la partecipazione ai funerali.
Da Chioggia a Loreo: una tradizione sopravvissuta
Nel 1540, a Roma, Filippo Neri fondò con Persiano Rosa la confraternita della Trinità dei Pellegrini, inizialmente dedicata alla preghiera e all’assistenza dei pellegrini e dei convalescenti.
La confraternita romana sarebbe diventata un importante punto di riferimento della spiritualità filippina, mentre quella chioggiotta era già nata vent’anni prima. È una coincidenza storica affascinante: da una parte troviamo san Filippo Neri, dall’altra fra Paolo Barbieri, figura legata agli inizi dell’Ordine dei Cappuccini.
Nel 1608 il modello della Santissima Trinità sarebbe arrivato anche a Loreo, dove il vescovo Lorenzo Prezzato promosse la nascita della confraternita che ancora oggi continua la propria attività. Ma questa storia merita un articolo tutto suo.
Per ora possiamo però già trarre una prima conclusione. Le confraternite della Santissima Trinità non furono realtà isolate, né semplici associazioni nate casualmente attorno a un culto. Formarono per secoli una rete di devozione e fraternità, nella quale riti, processioni, penitenza, carità e assistenza erano profondamente intrecciati.
E soprattutto ci permettono di comprendere meglio ciò che ancora oggi sopravvive a Loreo. Il sacco, la vestizione, la disciplina, la processione, la veglia e persino l’abito con cui il confratello viene accompagnato nella morte non sono stranezze nate ieri. Sono frammenti di una tradizione secolare che, mentre altrove si è progressivamente spenta, a Loreo ha continuato a vivere.
Nel prossimo articolo entreremo proprio dentro queste usanze, alcune delle quali oggi possono apparire sorprendenti. Scopriremo però che, alla luce delle Mariegole appena esaminate, molte di quelle che consideriamo “stranezze” erano in realtà parte della normalissima vita delle confraternite.
Luca Graziano Cattin
